MIO PROMPT
Vorrei scrivere un articolo “Gli altri fuori e dentro di me reclamano attenzione” in cui parlo dell’assoluta importanza degli “altri” nella mente umana. La mente umana, oltre ad assicurare le funzioni biologiche come le menti degli altri animali, è dedicata alla gestione dei rapporti con gli altri, senza l’interazione con i quali la sopravvivenza è impossibile. Gli altri non sono solo agenti esterni, ma anche interni, in quanto interiorizzati. Questi agenti interni, che corrispondono a ciò che G. H. Mead chiama “Altro generalizzato”, non solo si assicurano che non facciamo o pensiamo cose che gli altri possono giudicare asociali, ma reclamano attenzione nel senso che se il soggetto li ignora ovvero li dimentica oltre un certo periodo di tempo, essi generano un’angoscia che si placa solo quando quell’attenzione è ristabilita. Siamo dunque condannati a pensare continuamente agli altri, a come interagire con loro nel modo più opportuno.
RISPOSTA DI CHATGPT (DOPO UN DIALOGO)
La mente umana non è soltanto una mente biologica. Come ogni altra mente animale, deve occuparsi del corpo, dell’ambiente fisico, del pericolo, del cibo, della riproduzione e di tutto ciò che è necessario alla conservazione dell’organismo. Ma nell’essere umano una parte enorme della sua attività è rivolta a qualcosa che non appartiene né al corpo né all’ambiente fisico: gli altri esseri umani.
Non possiamo comprendere la mente umana senza considerare questa presenza. Gli altri non sono semplicemente una parte dell’ambiente nel quale viviamo. Sono una componente essenziale dell’ambiente dal quale dipendiamo per vivere. Fin dalla nascita, la nostra sopravvivenza dipende da altri esseri umani. Abbiamo bisogno che qualcuno ci nutra, ci protegga, interpreti i nostri segnali, ci curi, ci insegni e ci introduca progressivamente nel mondo sociale. La dipendenza dagli altri non è quindi una condizione occasionale della vita umana: è una delle condizioni fondamentali della nostra esistenza.
Ma gli altri non sono importanti soltanto perché possono aiutarci o danneggiarci. Sono importanti perché gran parte di ciò che facciamo acquista significato soltanto in relazione a loro. Parlare, raccontare, promettere, ringraziare, chiedere, convincere, competere, cooperare, sedurre, insegnare, giudicare, essere giudicati, essere ammirati, essere riconosciuti, essere esclusi: una quantità enorme delle attività umane presuppone altri esseri umani.
La mente umana sembra quindi avere una doppia direzione. È rivolta verso il mondo fisico, dal quale dipende il nostro organismo, ma è contemporaneamente rivolta verso il mondo sociale, dal quale dipende gran parte della nostra esistenza propriamente umana.
Gli altri fuori di me
Quando un’altra persona entra nel nostro campo percettivo, la nostra mente comincia immediatamente a occuparsi di lei. Chi è? Che cosa vuole? Che cosa sta facendo? Che cosa pensa? Come reagirà a ciò che faccio? Posso fidarmi? Mi sta approvando o disapprovando? Che cosa si aspetta da me?
Queste domande non devono necessariamente essere formulate consapevolmente. La mente sociale opera in gran parte prima che noi decidiamo di occuparcene. Il volto di una persona, il tono della voce, un gesto, uno sguardo, una distanza fisica, un silenzio possono modificare immediatamente il nostro stato mentale.
L’altro è quindi un agente. Non è semplicemente un oggetto che percepiamo, come una sedia o un albero. È qualcuno che può agire e che può reagire alle nostre azioni. La sua presenza introduce nel nostro comportamento una dimensione che non esiste nel rapporto con gli oggetti inanimati: l’incertezza delle intenzioni reciproche.
Quando parlo con qualcuno, non devo soltanto decidere che cosa voglio fare. Devo anche cercare di prevedere che cosa farà l’altro in risposta a ciò che faccio. La mia azione diventa parte di una sequenza di azioni reciprocamente condizionate. L’interazione richiede continuamente anticipazioni: se dico questo, probabilmente l’altro risponderà in quel modo; se faccio questo, potrebbe interpretarlo così; se non faccio nulla, potrebbe pensare quest’altro.
Una parte considerevole della nostra attività mentale consiste dunque nel costruire e aggiornare modelli degli altri.
Ma c’è un’altra caratteristica fondamentale della presenza degli altri: essi reclamano la nostra attenzione.
Gli altri reclamano attenzione
Una persona che ci sta davanti non è semplicemente un elemento del paesaggio. È un agente che può rivolgersi a noi e aspettarsi qualcosa da noi.
Ci parla. Ci guarda. Ci pone una domanda. Ci racconta qualcosa. Ci chiede un favore. Aspetta una risposta. Esprime un’emozione. Mostra di essere contenta o irritata. Si avvicina o si allontana. Ci interrompe. Ci segnala che abbiamo fatto qualcosa che non le piace. Cerca la nostra collaborazione. Cerca di convincerci. Cerca di ottenere qualcosa da noi.
Anche quando non ci rivolge esplicitamente una richiesta, il comportamento dell’altro può costringerci a prenderlo in considerazione. Una persona che piange richiama la nostra attenzione. Una persona che ride può suscitare la nostra curiosità. Una persona che ci guarda insistentemente ci induce a chiederci perché lo faccia. Una persona che improvvisamente tace in una conversazione può farci domandare che cosa sia successo.
L’altro non è quindi soltanto qualcuno verso il quale possiamo dirigere volontariamente la nostra attenzione. È qualcuno che può attirarla e reclamarla.
In questo senso l’interazione sociale è una continua circolazione di richieste di attenzione. Io reclamo l’attenzione dell’altro attraverso ciò che faccio e dico; l’altro reclama la mia attraverso ciò che fa e dice. La relazione si mantiene proprio perché ciascuno presta attenzione all’altro e reagisce a ciò che l’altro fa.
La cosa diventa particolarmente evidente quando l’attenzione viene negata.
Se qualcuno ci parla e noi non rispondiamo, la persona può chiederci: «Mi stai ascoltando?». Se continuiamo a ignorarla, può offendersi, insistere, alzare la voce o interrompere la relazione. La nostra disattenzione diventa essa stessa un comportamento sociale che l’altro può interpretare.
Questo è un aspetto decisivo della presenza degli altri: l’altro non è soltanto qualcosa che possiamo osservare. È qualcuno che osserva anche noi.
Una sedia non si accorge che non la guardiamo. Una persona può accorgersi che la ignoriamo. Un oggetto non interpreta il nostro disinteresse. Una persona può interpretarlo come indifferenza, ostilità, disprezzo o rifiuto.
Per questo gli altri possono reclamare attenzione in un modo che gli oggetti non possono fare. Sono soggetti che hanno a loro volta bisogni, intenzioni, aspettative e capacità di reagire.
La nostra attenzione sociale è dunque continuamente sollecitata dall’esterno. E noi, a nostra volta, sollecitiamo continuamente quella degli altri.
L’altro assente
Ma la richiesta di attenzione non termina quando l’altro se ne va.
Una persona con la quale abbiamo avuto un rapporto può continuare a essere psicologicamente presente anche quando non è più davanti a noi. Possiamo ricordare ciò che ci ha detto, immaginare ciò che direbbe, prevedere come reagirebbe, desiderare la sua approvazione o temere il suo giudizio.
Possiamo perfino rivolgerci mentalmente a qualcuno che non è presente. Prepariamo nella nostra mente una conversazione, immaginiamo una risposta, correggiamo ciò che vorremmo dire. A volte una discussione con un’altra persona continua nella nostra mente molto tempo dopo che la conversazione reale è terminata.
L’altro esterno diventa così un altro rappresentato.
La sua presenza non è più fisica, ma la sua rilevanza psicologica continua. La mente conserva una rappresentazione della relazione e può riattivarla quando necessario o quando qualcosa la richiama.
È per questo che una persona può occupare la nostra mente anche quando non la vediamo da anni. Un volto, una frase, un luogo, una situazione possono riattivare improvvisamente una relazione passata.
L’assenza fisica dell’altro non coincide dunque con la sua assenza dalla mente.
Gli altri dentro di me
L’interiorizzazione degli altri può però andare ancora più lontano. Non abbiamo sempre bisogno di pensare a una persona determinata. Possiamo interiorizzare un punto di vista sociale più generale: quello che gli altri, in quanto membri della nostra comunità, potrebbero pensare o aspettarsi da noi.
È questo, in parte, ciò che George Herbert Mead ha descritto attraverso il concetto di «Altro generalizzato». Imparando a partecipare alla vita sociale, impariamo anche a considerare noi stessi dal punto di vista degli altri. Acquisiamo la capacità di anticipare le reazioni sociali e di confrontare il nostro comportamento con regole e aspettative che non sono più soltanto esterne a noi.
A quel punto non occorre che qualcuno ci dica: «Non fare questo». Possiamo impedirci di farlo da soli perché sappiamo, o crediamo di sapere, che cosa gli altri penserebbero se lo facessimo.
Il controllo sociale è diventato così autogoverno.
L’altro è ormai dentro di noi.
L’altro come supervisore
Questa interiorizzazione ha un’enorme utilità. Una società non potrebbe funzionare se ogni comportamento dovesse essere continuamente controllato dall’esterno. È molto più efficace che gli individui imparino ad anticipare le conseguenze sociali delle proprie azioni e regolino spontaneamente il proprio comportamento.
L’altro interiorizzato diventa così una sorta di supervisore. Osserva idealmente ciò che facciamo e ci permette di anticipare il giudizio altrui.
«Che cosa penseranno di me?»
«È opportuno dirlo?»
«Come apparirò?»
«Potrebbero considerarmi egoista, maleducato, incompetente, aggressivo, ridicolo?»
Queste domande possono essere utili. Ci permettono di vivere con gli altri evitando continuamente di scoprire, attraverso le conseguenze reali, ciò che sarebbe stato possibile prevedere.
Ma il supervisore sociale può diventare anche oppressivo. Quando il punto di vista degli altri viene interiorizzato in modo rigido, possiamo continuare a controllarci anche quando nessuno ci sta controllando. Possiamo comportarci come se fossimo continuamente osservati.
L’altro è allora dentro di noi anche quando fuori non c’è nessuno.
Gli altri interiorizzati reclamano attenzione
L’interiorizzazione degli altri produce qualcosa di ancora più particolare.
Gli altri non si limitano a controllare il nostro comportamento. Continuano a occupare spazio nella nostra attività mentale e possono reclamare nuovamente la nostra attenzione.
Una relazione trascurata può tornare alla mente. Una conversazione lasciata in sospeso può continuare a occupare il pensiero. Un conflitto non risolto può produrre inquietudine. Una persona che non vediamo da molto tempo può improvvisamente riaffiorare nella memoria. Un problema che riguarda la nostra posizione all’interno di un gruppo può continuare a essere elaborato anche quando stiamo facendo tutt’altro.
È come se gli altri interiorizzati disponessero di una propria capacità di richiamare la nostra attenzione.
Questo richiamo può assumere forme diverse. Può essere un ricordo, una preoccupazione, un desiderio, un senso di colpa, un’attesa, una curiosità, un risentimento, una paura o semplicemente la sensazione che «ci sia qualcosa da sistemare».
In alcuni casi il richiamo diventa angoscia. Una relazione importante è stata trascurata, una persona potrebbe essersi offesa, abbiamo lasciato qualcosa in sospeso, abbiamo violato una norma che consideriamo importante, oppure non sappiamo quale sia la nostra posizione rispetto agli altri. La mente continua allora a ritornare sul problema.
L’angoscia può diminuire quando l’attenzione viene ristabilita e il problema viene nuovamente elaborato: quando parliamo con quella persona, quando chiarifichiamo una situazione, quando prendiamo una decisione, quando otteniamo una risposta o quando semplicemente ricostruiamo mentalmente ciò che è accaduto.
Non ogni dimenticanza di una relazione produce necessariamente angoscia, e non ogni pensiero sugli altri ha questa funzione. Ma è significativo che le questioni socialmente rilevanti abbiano spesso la capacità di riemergere spontaneamente nella nostra mente.
La mente come gestione degli altri
A questo punto possiamo vedere più chiaramente quanto spazio occupino gli altri nella mente umana.
Quando sono presenti, dobbiamo prestare attenzione a ciò che fanno e reagire alle loro richieste.
Quando sono assenti ma importanti per noi, dobbiamo ricordarli e prevedere le loro possibili azioni e reazioni.
Quando sono stati interiorizzati, dobbiamo confrontarci con i loro punti di vista, con le loro aspettative e con le norme sociali che abbiamo assimilato.
La mente deve quindi gestire contemporaneamente tre forme della presenza altrui: l’altro presente, l’altro rappresentato e l’altro interiorizzato.
Queste tre forme non sono separate. L’altro presente può diventare rappresentato; l’altro rappresentato può diventare interiorizzato; l’altro interiorizzato può guidare il modo in cui reagiamo all’altro presente.
È un circuito continuo.
Una persona ci rivolge una parola. Noi la interpretiamo sulla base della nostra conoscenza di quella persona. La nostra risposta è influenzata da ciò che pensiamo che lei penserà della nostra risposta. Quella risposta produrrà a sua volta una nuova reazione, che dovremo interpretare.
La relazione è quindi anche un processo di produzione reciproca di attenzione.
Non siamo mai completamente soli
Questo contribuisce a spiegare una caratteristica apparentemente paradossale della mente umana: la difficoltà di essere veramente soli.
Possiamo essere fisicamente soli e contemporaneamente essere circondati dagli altri nella nostra mente.
Pensiamo a ciò che abbiamo detto a qualcuno. Immaginiamo che cosa penserà di una nostra decisione. Ricordiamo qualcosa che una persona ci ha raccontato. Prepariamo mentalmente una conversazione futura. Ci chiediamo come comportarci con una persona che incontreremo domani. Immaginiamo il giudizio di persone che non sono presenti. Ricostruiamo una discussione avvenuta anni prima.
La solitudine fisica non coincide quindi con l’assenza psicologica degli altri.
Persino quando siamo completamente isolati, il linguaggio con il quale pensiamo, le norme con le quali valutiamo il nostro comportamento e molte delle categorie attraverso le quali interpretiamo noi stessi hanno avuto origine in un mondo condiviso con altri.
L’essere umano porta con sé la propria società.
Condannati agli altri
Possiamo quindi considerare l’attenzione agli altri non come un interesse particolare di alcune persone, ma come una caratteristica strutturale della mente umana.
Alcune persone sono più interessate alle relazioni, altre meno. Alcune cercano continuamente il contatto sociale, altre preferiscono stare sole. Alcune attribuiscono grande importanza al giudizio altrui, altre cercano di sottrarsi alle aspettative sociali.
Ma nessuno può eliminare completamente gli altri dalla propria mente.
Possiamo allontanarci dagli altri, ma non possiamo facilmente allontanarci dagli altri che abbiamo interiorizzato.
Possiamo non voler essere giudicati, ma dobbiamo comunque avere una qualche rappresentazione di ciò che significhi essere accettabili o inaccettabili per gli altri.
Possiamo desiderare di essere indipendenti, ma anche il desiderio di indipendenza acquista significato all’interno di un mondo sociale.
Possiamo cercare la solitudine, ma la mente che cerca la solitudine è una mente costruita nella relazione con gli altri.
Gli altri sono dunque contemporaneamente fuori e dentro di noi.
Sono fuori quando ci parlano, ci guardano, ci chiedono qualcosa, ci coinvolgono in un’attività o reagiscono a ciò che facciamo.
Sono presenti nella nostra mente quando li ricordiamo, li immaginiamo, prevediamo le loro reazioni o continuiamo una conversazione con loro nella nostra testa.
Sono dentro di noi quando abbiamo interiorizzato il loro punto di vista e imparato a osservare noi stessi attraverso gli occhi della comunità.
In tutti questi casi, gli altri reclamano attenzione.
La reclamano direttamente, quando ci parlano o ci coinvolgono.
La reclamano indirettamente, quando la loro presenza reale ha lasciato nella nostra mente qualcosa che continua a essere elaborato.
La reclamano dall’interno, quando le aspettative sociali e i punti di vista degli altri sono diventati componenti della nostra stessa attività mentale.
Forse questa è una delle caratteristiche più profonde della condizione umana: non siamo soltanto organismi che cercano di mantenersi in vita. Siamo organismi che devono continuamente mantenere rapporti con altri organismi dai quali dipendono e che, una volta entrati nella nostra mente, continuano a far parte della nostra vita mentale.
Gli altri non sono quindi semplicemente «intorno a noi».
Sono una parte dell’ambiente che reclama la nostra attenzione, una parte della memoria che ritorna a reclamarla e una parte della mente che continua a reclamarla dall’interno.
Per questo siamo continuamente impegnati, anche quando non ce ne rendiamo conto, in una domanda fondamentale:
Come devo stare con gli altri?
E forse non possiamo smettere definitivamente di porci questa domanda perché gli altri, fuori e dentro di noi, non smettono di reclamare una risposta.