Comprendere le proprie voglie

(Scritto da ChatGPT come riassunto di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto)

Ogni umano tende a fare ciò che ha voglia di fare, salvo quando una pressione esterna o interna lo induce a fare qualcosa che, in assenza di quella pressione, non farebbe.

Questa proposizione sembra quasi un’ovvietà. E in effetti, presa isolatamente, lo è. Ma può diventare il punto di partenza per una riflessione sul rapporto fra voglie, azioni e possibilità di cambiare il proprio comportamento.

Quando facciamo qualcosa, possiamo chiederci: perché lo facciamo? La risposta più immediata è spesso: perché ne abbiamo voglia. Ma questa risposta non fa che spostare la domanda: perché abbiamo voglia di fare proprio quella cosa?

Non scegliamo originariamente le nostre voglie. Ci troviamo ad averle. Posso avere voglia di mangiare, di dormire, di parlare con qualcuno, di stare solo, di lavorare, di giocare, di conoscere qualcosa, di evitare una certa persona. Non ho deciso, prima di provare queste voglie, di averle. Esse emergono in me in determinate condizioni.

Le condizioni da cui dipendono possono essere molteplici: la costituzione fisica dell’organismo, il suo stato momentaneo, le esperienze passate, le abitudini, ciò che ha appreso, ciò che sa o crede di sapere, le aspettative, l’ambiente nel quale si trova, le altre persone, le conseguenze precedentemente sperimentate. Una voglia è quindi un fenomeno che ha delle cause, anche quando non le conosciamo.

Ma non abbiamo necessariamente una sola voglia alla volta. Possiamo avere contemporaneamente voglia di fare cose diverse e incompatibili fra loro. Posso avere voglia di restare a letto e, nello stesso momento, voglia di arrivare puntuale al lavoro. Posso avere voglia di dire ciò che penso e voglia di evitare un conflitto. Posso avere voglia di mangiare una cosa e voglia di non mangiarla per le conseguenze che prevedo.

L’azione che alla fine compio dipende allora dalla prevalenza di una motivazione sulle altre. Non è necessario immaginare che esista, dietro le voglie, un io completamente distinto da esse, capace di osservarle dall’esterno e di scegliere liberamente quale debba prevalere. Anche la decisione è parte del processo motivazionale.

Questo rende problematica l’idea di comandare volontariamente le proprie voglie. Posso ordinarmi di fare qualcosa che non ho voglia di fare, ma non per questo ho modificato la mia voglia. Se mi dico «devo studiare» mentre ho voglia di fare altro, posso riuscire a studiare perché interviene una motivazione diversa: il senso del dovere, la paura delle conseguenze, il desiderio di ottenere un risultato, o semplicemente una motivazione che in quel momento diventa più forte della voglia contraria.

Ma non abbiamo ancora spiegato come si possa produrre volontariamente quella motivazione. Se non ho alcuna motivazione a studiare, con quale facoltà potrei decidere di averne una? La difficoltà si ripresenta a ogni livello. Se cerco di compiere un’azione che dovrebbe modificare le mie voglie future, devo comunque avere qualche motivazione per compiere quell’azione. E se tale motivazione manca, il procedimento non comincia.

Per questo non sembra esserci una facoltà mediante la quale possiamo semplicemente decidere quali voglie avere. Non posso comandarmi di avere voglia di qualcosa e aspettarmi che la voglia compaia per obbedienza.

È possibile, naturalmente, che le nostre voglie cambino in seguito alle nostre azioni. Posso iniziare un’attività che inizialmente non mi interessa e arrivare successivamente ad apprezzarla. Posso acquisire un’abitudine, fare nuove esperienze, imparare qualcosa, modificare il mio ambiente e scoprire che ciò che prima non desideravo è diventato desiderabile. Ma anche in questo caso non abbiamo trovato un controllo volontario diretto delle voglie. Abbiamo soltanto trovato un possibile rapporto fra le azioni e le condizioni che in seguito producono altre voglie.

E questo rapporto è peraltro difficile da prevedere. Non sappiamo sempre quali azioni modificheranno le nostre voglie, né in quale direzione le modificheranno. La vita psichica è il risultato di una quantità di cause troppo numerose e complesse perché possiamo controllarle tutte.

Forse, dunque, è sbagliato cercare un metodo per comandare le proprie voglie. Potremmo invece adottare un obiettivo più modesto: comprenderle.

La domanda fondamentale diventa allora:

Che cosa ho voglia di fare e che cosa non ho voglia di fare?

E, subito dopo:

Perché ho queste voglie?

e:

Che cosa probabilmente succederà se le soddisferò?

La prima domanda riguarda le voglie presenti. La seconda cerca di individuarne le cause. La terza considera le loro conseguenze.

Questo può sembrare poco. Non è una tecnica per diventare improvvisamente capaci di volere ciò che non vogliamo. Non ci dà il potere di scegliere arbitrariamente i nostri desideri. Ma la comprensione stessa può diventare una delle condizioni che influenzeranno le nostre voglie future.

Se comprendo, per esempio, che una determinata voglia compare regolarmente quando sono stanco, posso cominciare a riconoscerla quando ricompare. Se comprendo che la sua soddisfazione produce sistematicamente una conseguenza che non desidero, questa conoscenza può entrare nelle condizioni future nelle quali la voglia si presenterà. Non è necessario che io mi comandi di desiderare qualcosa di diverso. La conoscenza acquisita può modificare spontaneamente il modo in cui reagisco alla situazione.

La conoscenza delle cause può dunque diventare una nuova causa. La conoscenza delle conseguenze può diventare una nuova condizione della formazione delle voglie.

Si crea così un processo circolare:

voglie → osservazione → comprensione delle cause e delle conseguenze → nuove condizioni → nuove voglie.

Non è un processo completamente controllabile e non garantisce che le voglie cambino nella direzione che desideriamo. Ma è una forma possibile di influenza su noi stessi che non richiede di postulare un misterioso potere della volontà sulle proprie voglie.

La distinzione è importante. Comandare significa cercare di stabilire direttamente ciò che si deve desiderare. Comprendere significa cercare di scoprire perché desideriamo ciò che desideriamo e che cosa tende a derivarne.

La prima pretesa potrebbe essere al di là delle nostre possibilità. La seconda è certamente alla nostra portata, almeno in parte.

Non è quindi necessario considerare ogni voglia come un ordine al quale obbedire, né ogni voglia indesiderata come un nemico da combattere. Una voglia può essere semplicemente un fatto da osservare. Possiamo chiederci da dove provenga, quali condizioni la favoriscano, che cosa ci prometta, che cosa ci costi e che cosa produca quando viene soddisfatta.

In questo senso, comprendere le proprie voglie non significa necessariamente imparare a controllarle. Significa imparare a conoscerle come parte del funzionamento del proprio organismo.

Forse è questa la forma di autodeterminazione più realistica: non pretendere di essere il comandante delle proprie voglie, ma diventare il più possibile conoscitore delle loro cause e delle loro conseguenze.

Non cercare di comandare le proprie voglie. Cercare di comprenderle.

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