La società non esiste, esistono situazioni sociali

(Scritto da ChatGPT  e Claude.ai come riassunto di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto)

La società non esiste. Esistono situazioni sociali.

La frase è volutamente provocatoria. Naturalmente esistono fenomeni che chiamiamo «sociali»: esistono istituzioni, organizzazioni, norme, consuetudini, ruoli, gerarchie, relazioni e forme di cooperazione e conflitto che coinvolgono un gran numero di persone. Quello che non esiste, nel senso in cui esistono gli agenti, è un’entità autonoma chiamata «società» che sia distinta dagli individui e dalle loro interazioni.

Conviene dichiarare subito la premessa da cui discende tutto il resto, perché chi non la condivide troverà questo articolo inutilizzabile.

Esistono agenti: enti capaci di percepire una situazione, valutarla e agire. Esistono sub-agenti: le parti di cui un agente è composto e che operano dentro di lui. Ed esiste materia non autonoma, che non agisce ma può essere usata, e che gli agenti incontrano come risorsa, come ostacolo o come strumento. Tutto il resto — norme, ruoli, istituzioni, organizzazioni, culture, e la società stessa — non costituisce una categoria ulteriore di enti. Esiste come rappresentazione nel software degli agenti. Ed è precisamente per questo che è efficace: se un’organizzazione non esistesse nel software di nessuno, non produrrebbe alcun effetto.

La società, quindi, non è un agente di cui noi saremmo i sub-agenti. Non c’è, sopra di noi, qualcosa che percepisce, valuta e decide, e di cui le nostre azioni sarebbero l’esecuzione.

Quando diciamo che «la società vuole», «la società pensa», «la società impone», «la società giudica» o «la società ci chiede» stiamo trasformando un’astrazione in un soggetto. Ma chi vuole, pensa, impone, giudica o chiede qualcosa sono sempre degli agenti, e ciò che li rende capaci di farlo è scritto nel software di molti altri.

La situazione sociale

Una situazione sociale è una situazione nella quale sono presenti, o rappresentati nella mente dei presenti, almeno due agenti, e nella quale il comportamento di ciascuno può dipendere, direttamente o indirettamente, dal comportamento degli altri.

La seconda condizione conta quanto la prima. Chi scrive una lettera è solo nella stanza, ma non è in una situazione solitaria: l’altro è presente come rappresentazione, e il comportamento di chi scrive dipende da quella rappresentazione. Viceversa, un agente che nessuno dei presenti prende in considerazione non incide sull’interazione, per quanto esista altrove.

Gli agenti possono osservarsi, parlarsi, ascoltarsi, aiutarsi, ostacolarsi, persuadersi, minacciarsi, comandarsi, obbedirsi, competere, collaborare, scambiarsi risorse, manipolarsi, evitare di incontrarsi oppure ignorarsi reciprocamente. Una conversazione tra due persone, una riunione di lavoro, una trattativa commerciale, una lezione, una cena tra amici, una manifestazione pubblica, una partita, un processo o una guerra sono tutte situazioni sociali, nonostante le enormi differenze tra loro.

Per comprendere una situazione sociale è quindi necessario partire dagli agenti che ne fanno parte.

Il software dell’agente

Ogni agente entra nella situazione con caratteristiche proprie. Possiamo considerarle il suo «software»: l’insieme delle motivazioni, rappresentazioni, valutazioni, disposizioni, aspettative e conoscenze attraverso cui interpreta la situazione e orienta il proprio comportamento.

Ciascuna di queste caratteristiche, salvo le ultime tre dell’elenco che seguirà, ha due letture: come l’agente se la rappresenta, e come sta in realtà. Nel seguito le chiamerò percepita ed effettiva. La distinzione non è un dettaglio: è il luogo in cui accade gran parte di ciò che ci interessa.

Motivazioni: ciò che l’agente vuole ottenere, conservare, modificare o evitare. Nella loro forma più immediata si presentano come attrazioni e repulsioni: persone, oggetti, situazioni o condizioni verso cui tende ad avvicinarsi o dalle quali tende ad allontanarsi. Le motivazioni percepite sono quelle di cui è consapevole; quelle effettive comprendono ciò che lo muove senza che lo sappia — le motivazioni dei suoi sub-agenti, che operano dentro di lui e non compaiono nella sua coscienza.

Risorse: ciò di cui dispone e che può utilizzare per perseguire le proprie motivazioni.

Capacità: ciò che è in grado di fare con le risorse di cui dispone.

Vulnerabilità: ciò che può danneggiarlo, limitarlo o privarlo delle proprie risorse e nei confronti di cui non dispone di una protezione sufficiente.

Libertà: le azioni che può compiere, date le condizioni della situazione, le proprie capacità, le proprie risorse e i vincoli cui è sottoposto.

Status: la posizione o il valore che ha rispetto agli altri agenti. Qui la coppia prende una forma particolare: lo status percepito è quello che l’agente ritiene di avere, quello assegnato è quello che gli altri gli attribuiscono. Non c’è un terzo termine oggettivo, perché lo status è per definizione attribuito: la sua realtà sta nel software degli altri agenti.

Visione del mondo: il modello della realtà attraverso il quale l’agente interpreta ciò che accade e attribuisce significato agli eventi.

Percezione della situazione: il modo in cui rappresenta ciò che sta accadendo, compresi gli altri agenti presenti, le loro caratteristiche e le loro possibili intenzioni e azioni.

Aspettative: ciò che ritiene probabile che accada, soprattutto per quanto riguarda il comportamento futuro degli altri agenti e il modo in cui reagirebbero alle sue diverse azioni possibili.

Le ultime tre voci sono rappresentazioni per definizione e non hanno un doppio: non esiste una visione del mondo effettiva, esiste il mondo. Il loro contrappunto è la situazione oggettiva, che non coincide necessariamente con nessuna delle rappresentazioni che gli agenti se ne fanno.

L’agente agisce sulla base di ciò che percepisce, non di ciò che è il caso. Chi si crede più libero di quanto sia si espone; chi non vede una propria vulnerabilità non la protegge; chi si attribuisce uno status che gli altri non gli riconoscono produce attriti che non sa spiegarsi; chi non conosce le proprie motivazioni si sorprende delle proprie scelte. Lo scarto fra il percepito e l’effettivo non è un errore da correggere una volta per tutte: è una condizione permanente dell’agire sociale.

La stessa persona, situazioni diverse

Queste caratteristiche determinano in larga misura il modo in cui un agente si comporta. Ma il loro effetto dipende dalla situazione concreta.

La stessa persona può comportarsi in modi molto diversi in situazioni diverse. Può essere autorevole con i propri dipendenti e sottomessa con il proprio superiore; generosa con un amico e competitiva con un rivale; sicura in un ambiente che conosce e insicura in un ambiente sconosciuto.

Non esiste quindi un comportamento sociale che possa essere spiegato facendo riferimento all’agente considerato isolatamente. Occorre considerare contemporaneamente l’agente e la situazione nella quale si trova.

Inoltre, gli agenti non percepiscono necessariamente la stessa situazione nello stesso modo.

Due persone possono trovarsi fisicamente nella stessa stanza, assistere agli stessi eventi e tuttavia trovarsi, dal punto di vista psicologico, in situazioni differenti. Una richiesta può essere percepita da una persona come un favore e dall’altra come una minaccia. Un’affermazione può essere interpretata come una battuta oppure come un insulto. Una proposta può essere considerata un’opportunità oppure un tentativo di manipolazione.

Questo rende le interazioni sociali particolarmente complesse. Ogni agente agisce sulla base della propria percezione della situazione, mentre contemporaneamente cerca di prevedere il comportamento degli altri. E gli altri fanno lo stesso.

L’agente A agisce in funzione di ciò che vuole e di ciò che pensa che farà B. B agisce in funzione di ciò che vuole e di ciò che pensa che farà A. A sua volta, A può agire in funzione di ciò che pensa che B pensi che A farà.

Si crea così una rete di aspettative reciproche che può diventare estremamente complessa.

Come nascono le strutture

Molti fenomeni che chiamiamo «sociali» possono essere compresi come risultati relativamente stabili di questo genere di interazioni.

Se determinate persone occupano ripetutamente determinate posizioni, possono emergere ruoli. Se determinati comportamenti vengono ripetutamente premiati o puniti, possono emergere norme. Se determinate modalità di distribuzione delle risorse vengono ripetute nel tempo, possono emergere strutture economiche. Se determinate persone acquisiscono stabilmente la capacità di influenzare il comportamento degli altri, possono emergere gerarchie.

Queste strutture possono diventare molto robuste. Possono sopravvivere alla sostituzione degli individui che le hanno originariamente prodotte e possono condizionare fortemente il comportamento degli agenti successivi.

Questo non significa, però, che la struttura debba essere trasformata in un agente. Le strutture sociali non sono autonome: sono forme passive, che gli agenti usano, applicano, invocano e plasmano. Una forma passiva non vuole nulla e non decide nulla, ma questo non la rende debole. Un binario non spinge il treno, e tuttavia determina dove il treno può andare.

Il loro modo di essere efficaci passa interamente attraverso il software degli agenti. Una norma influenza ciò che una persona fa perché è scritta nel software di chi la applica, di chi la teme e di chi si aspetta che gli altri la rispettino. Un’organizzazione ha obiettivi formalmente definiti, ma le sue azioni sono compiute da agenti che occupano ruoli, e quei ruoli esistono perché sono rappresentati nel software di chi li occupa e di chi li riconosce.

Il caso più chiaro è l’autorità. Un giudice condanna non in quanto individuo, ma in quanto giudice: l’autorità non è una sua proprietà personale, è scritta nel software di moltissimi agenti — quelli che la riconoscono, quelli che la temono, quelli che la eseguono. Questo la rende reale e, insieme, non disponibile a nessuno in particolare: nessun singolo agente può revocarla, e nemmeno il giudice può conferirsela da sé.

Lo stesso vale per una banconota. Il suo valore non sta nella carta. Sta nel fatto che ciascuno la accetta perché si aspetta che gli altri la accettino. Se gli agenti smettessero di riconoscerla, non varrebbe nulla; ma finché la riconoscono, nessuno di loro può decidere da solo che non valga.

Le strutture sociali sono quindi reali nei loro effetti senza essere soggetti dotati di una propria psicologia. La loro realtà è una realtà rappresentata, distribuita fra molti software e per questo indisponibile a ciascuno.

Da dove viene il software

Resta una domanda che è facile saltare: da dove viene il software di un agente?

Non se lo scrive lui. La lingua in cui pensa, le categorie con cui divide il mondo, la nozione stessa di giudice, di proprietà, di debito o di società, le ha ricevute da altri agenti, che a loro volta le avevano ricevute. Ciascuno ne modifica qualcosa, quasi sempre pochissimo, e le trasmette.

Questo significa che partire dagli agenti non equivale a partire dal singolo individuo come se fosse un’origine. La ricostruzione è ricorsiva: il software di ogni agente rinvia al software di agenti precedenti. Non c’è bisogno, per dirlo, di postulare un’entità sovraindividuale; basta la trasmissione da software a software, che è un fatto osservabile e del tutto ordinario.

È anche la ragione per cui una struttura può sembrare esterna e indipendente da noi. Non lo è, ma è più antica di noi, ed è già presente nel software di tutti quelli con cui abbiamo a che fare.

Le domande da farsi

Questo permette di trattare diversamente alcune espressioni comuni.

Quando qualcuno dice «la società mi giudica», occorre chiedersi: chi mi giudica? Quali persone? Che cosa sanno di me? Quale status mi assegnano? Quanto contano per me? Quali conseguenze può avere il loro giudizio?

Quando qualcuno dice «la società mi impedisce di farlo», la domanda più utile non è chi sia l’autore dell’ostacolo in generale — spesso non c’è — ma chi decide nei singoli passaggi. Chi dice di no, concretamente, e in quale momento? Applicando quale regola? Con quali margini? Quali sono, punto per punto, le mie risorse e le mie libertà effettive?

Quando qualcuno dice «la società si aspetta che io faccia questo», occorre chiedersi: quali agenti hanno questa aspettativa? Quanto sono importanti per me? Quali conseguenze deriverebbero dal soddisfarla o dal deluderla?

In questo modo una grande astrazione viene scomposta in una molteplicità di relazioni concrete.

Questo non rende necessariamente più semplice l’analisi. Anzi, la rende spesso più complessa. È molto più facile dire «la società vuole questo» che ricostruire le motivazioni, le risorse, le capacità, le vulnerabilità, gli status, le percezioni e le aspettative dei diversi agenti coinvolti.

Ma è un’analisi più precisa. E soprattutto restituisce l’ostacolo alla sua forma reale, che è quasi sempre una catena di decisioni prese da qualcuno, in un certo punto, secondo una certa regola.

Una precisazione

«La società non esiste» somiglia a una frase pronunciata da Margaret Thatcher nel 1987: «non esiste una cosa chiamata società; ci sono uomini e donne singoli, e ci sono le famiglie». La somiglianza è solo nella forma. Quella frase serviva a sostenere che le rivendicazioni rivolte alla società sono mal indirizzate, perché non c’è nessuno cui indirizzarle.

Qui la conclusione è l’opposta. Scomporre «la società mi deve» in agenti concreti non fa sparire il debito: lo rende imputabile. Se nessuno è responsabile, nessuno risponde; se i responsabili sono agenti determinati, in ruoli determinati, si può dire chi risponde e di che cosa.

Conclusione

La parola «società» è utile come abbreviazione. Diventa problematica quando cominciamo a trattarla come se designasse un agente realmente esistente, con una propria mente, una propria volontà e propri interessi.

La società non è un grande individuo composto da individui più piccoli. Non c’è, sopra gli agenti, un agente chiamato «società» che li osserva, li giudica e decide che cosa debbano fare.

Ci sono agenti che, in situazioni diverse, interagiscono tra loro. Ciascuno porta con sé il proprio software, in gran parte ricevuto da altri; ciascuno possiede determinate risorse e capacità, percepite ed effettive; ciascuno ha determinate vulnerabilità, motivazioni, attrazioni e repulsioni, in parte consapevoli e in parte no; ciascuno attribuisce agli altri uno status e ne riceve uno; ciascuno percepisce la situazione in un determinato modo e formula aspettative sul comportamento degli altri.

Da queste interazioni emergono configurazioni relativamente stabili che chiamiamo istituzioni, organizzazioni, norme, ruoli, gerarchie, culture e, complessivamente, «società».

La società esiste, dunque, ma esiste come idea più o meno condivisa, depositata nel software degli agenti. È lì che va cercata, ed è lì che agisce. Non altrove, e non per conto proprio.

La società non esiste, esistono situazioni sociali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *