L’inconscio non è un nascondiglio. È un agente segreto.

(Scritto da ChatGPT  e Claude.ai come riassunto di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto.)

Quando pensiamo all’inconscio, siamo spesso portati a immaginarlo come un luogo nascosto della mente. Una specie di deposito sotterraneo nel quale finiscono pensieri, ricordi, desideri e impulsi che la coscienza non vede o non vuole vedere.

Questa immagine è fuorviante.

Se l’inconscio fosse un luogo in cui sono conservate informazioni a cui non abbiamo accesso, il problema sarebbe recuperarle: scavare, aprire, portare alla luce. Ma molti dei fenomeni che chiamiamo inconsci non consistono nell’ignorare qualcosa. Consistono nel fatto che qualcosa agisce su di noi senza che sappiamo che cosa stia agendo, come stia agendo e perché.

L’inconscio non è un deposito. È un’attività in corso.

L’inconscio come agente

Per parlare di «agente» non è necessario pensare a una persona cosciente, dotata di un’identità e di una volontà esplicita.

Un agente può essere inteso più semplicemente come un sistema capace di ricevere informazioni, elaborarle secondo determinate disposizioni e produrre effetti orientati verso determinati risultati.

In questo articolo chiamerò «io» l’agente cosciente: io e coscienza, qui, sono la stessa cosa. Non è una scoperta, è una decisione terminologica — nell’uso comune «io» comprende spesso anche ciò di cui non siamo consapevoli, e conviene sapere da subito che qui non è così.

Considerato in questo modo, molti processi inconsci hanno caratteristiche agentive.

Un processo inconscio può selezionare alcune informazioni e ignorarne altre. Può riconoscere configurazioni. Può associare la situazione presente a esperienze passate. Può anticipare conseguenze. Può attribuire valore positivo o negativo a qualcosa, e quindi produrre attrazione o repulsione. Può preparare una risposta prima che la coscienza sappia di aver deciso di rispondere.

Non abbiamo accesso al processo, ma abbiamo accesso ai suoi effetti.

Mi accorgo di avere voglia di una certa cosa senza sapere da dove venga quella voglia. Provo antipatia verso qualcuno senza riuscire a indicarne il motivo. Evito spontaneamente una situazione che, a livello cosciente, considero perfettamente innocua. Mi viene in mente una soluzione senza sapere come ci sono arrivato. Comincio a fare qualcosa e solo dopo mi rendo conto di averlo deciso.

In tutti questi casi la coscienza si trova nella posizione di destinataria di un risultato prodotto altrove.

Non un agente, ma molti agenti

Parlare dell’inconscio come di un agente è però ancora troppo semplice.

È più probabile che ciò che chiamiamo inconscio sia un insieme di agenti, relativamente autonomi gli uni dagli altri. Non una sola intelligenza nascosta che dirige tutto, ma molti processi, ciascuno con le proprie informazioni, le proprie disposizioni e le proprie funzioni.

Alcuni collaborano. Altri entrano in conflitto.

Un agente può spingere verso una gratificazione immediata mentre un altro tiene conto delle conseguenze future. Uno può cercare l’approvazione degli altri mentre un altro cerca l’autonomia. Uno può evitare il pericolo mentre un altro è attratto dalla novità. Uno può mantenere una certa immagine di noi stessi mentre un altro produce impulsi incompatibili con quell’immagine.

Questo permette di capire l’ambivalenza che spesso sperimentiamo: «una parte di me vuole farlo, un’altra non vuole».

Forse non è soltanto un modo di dire. Può essere il modo intuitivo in cui descriviamo un conflitto reale fra agenti che operano nello stesso organismo.

Aggiungo, per onestà, che l’idea non è nuova: la mente come insieme di processi parzialmente autonomi è stata proposta in forme diverse da chi ha studiato l’intelligenza artificiale, da chi ha studiato il cervello diviso e da alcune psicoterapie che parlano di «parti». Quel che propongo qui non è la pluralità in sé, ma il modo di trattarla: ciascuno di quei processi come un agente con proprie funzioni, e non come un frammento di una mia presunta profondità.

In che senso «segreto»

La caratteristica decisiva di questi agenti non è di essere nascosti in qualche posto. È che operano senza presentarsi: la loro attività non è direttamente visibile agli altri agenti, compreso quello cosciente.

Ma l’inconsapevolezza non ha sempre la stessa origine, e vale la pena distinguere tre casi, perché le conseguenze pratiche sono diverse.

Nel primo caso non c’è alcun canale. Il fegato non è discreto: non ha nulla con cui parlare. Il codice genetico non prescrive, processo per processo, di tenere un segreto; prescrive un’architettura in cui esiste un solo agente dotato di consapevolezza. E non potrebbe essere altrimenti, per una ragione che sta nel corpo e non nella mente: il corpo è una risorsa indivisibile. Posso camminare e parlare insieme, perché sono azioni compatibili, ma la mano non può contemporaneamente avvicinarsi e ritrarsi, e la bocca non può dire sì e no. Dove le azioni sono incompatibili qualcuno deve scegliere quale eseguire, e due agenti consapevoli che comandano lo stesso corpo si bloccherebbero a vicenda. L’unico agente consapevole non è un’ipotesi: è ciò che serve perché un corpo solo possa agire. L’opacità di tutto il resto è una conseguenza di quell’architettura, non un’intenzione di nessuno.

Nel secondo caso il canale esiste ma viene scavalcato, perché la risposta deve essere rapida e automatica, e la consapevolezza è lenta e indecisa. La mano si ritira prima che io sappia di essermi scottato. L’abilità esercitata funziona meglio quando non la guardo.

Nel terzo caso il canale non è chiuso dall’esterno, ma non siamo motivati ad aprirlo. In parte per incapacità e ignoranza: non sappiamo come si fa. In parte perché quel che troveremmo potrebbe contraddire l’immagine che la coscienza ha costruito di noi.

Sono tre ragioni di tipo diverso, e confonderle genera aspettative sbagliate: la prima non si apre per nessun motivo, la seconda non conviene aprirla, la terza è l’unica su cui abbiamo qualcosa da fare.

Così l’agente inconscio può elaborare informazioni senza che la coscienza sappia quali. Può produrre una valutazione senza mostrarne i criteri. Può modificare una preferenza senza comunicare come l’ha modificata. Può preparare una risposta e lasciare alla coscienza soltanto la sensazione che quella risposta sia «venuta spontaneamente».

E questo produce un fenomeno curioso: possiamo sapere che cosa vogliamo senza sapere chi, nell’organismo, ci ha portati a volerlo.

La coscienza come interprete

Siamo abituati a pensare che prima avvenga una decisione cosciente e poi l’azione: considero le alternative, scelgo, agisco.

Una parte del nostro comportamento segue una sequenza diversa: un agente non cosciente elabora la situazione, produce una tendenza, la coscienza riceve il risultato, e poi la coscienza costruisce una spiegazione della decisione.

In quei casi la coscienza non è il comandante che impartisce ordini. È l’interprete di ciò che altri agenti hanno già fatto.

Conviene aggiungere una cosa che di solito si tace. La coscienza è essa stessa un agente, e quindi è nella stessa condizione degli altri: riceve informazioni, le elabora secondo le proprie disposizioni, produce effetti — e non vede i propri criteri, vede i propri risultati. Costruire una versione coerente di quel che accade non è un suo difetto. È la sua funzione. Il fatto che le spiegazioni che produce siano spesso errate non è un incidente: è il costo di un lavoro fatto con informazioni parziali.

Questo non significa che la coscienza sia impotente.

Può osservare le proprie voglie, confrontarle con altre informazioni, prevederne le conseguenze e decidere se assecondarle. Può modificare le condizioni in cui gli altri agenti operano. Può creare abitudini e regole che rendono alcune risposte più probabili di altre.

Non può leggere un agente, ma può addestrarlo. L’agente impara: la paura si forma dopo il morso e si attenua con l’esposizione, la manovra automatica dopo mesi di guida non è quella del primo giorno. Quel che non cambia sono le sue funzioni, e il suo restare inconsapevole.

Io e organismo

Torniamo ora alla parola con cui abbiamo cominciato. Se l’io è l’agente cosciente — quello che parla, che si chiede, che interpreta, che decide se assecondare — allora gli altri agenti non sono parti dell’io.

Sono parti dell’organismo, di cui l’io è un agente fra gli altri — l’unico consapevole, non l’unico attivo, e nemmeno il primo ad agire.

«Il mio inconscio» è dunque una comodità linguistica, non una descrizione. Non ho un inconscio come ho una casa. Abito un organismo in cui lavorano altri agenti, e di alcuni dei loro prodotti mi accorgo.

Dire «non so perché lo voglio» non significa che non esista una ragione. Significa che la ragione è disponibile a un agente che non sono io.

Studiare gli agenti inconsci

Conoscere sé stessi, allora, non significa soltanto osservare i propri pensieri coscienti. Significa anche cercare di capire quali agenti producono le nostre voglie, le nostre paure, le nostre attrazioni e le nostre repulsioni.

Una voglia può essere considerata un messaggio proveniente da un agente interno. Ma un messaggio non è un ordine.

Posso chiedermi: quale agente sta producendo questa voglia? Quali informazioni sta usando? Quali funzioni sta svolgendo? Quali conseguenze sta considerando e quali ignora? Quali altre parti dell’organismo sono d’accordo, e quali no?

Su queste domande devo essere chiaro, perché qui si promette spesso più di quel che si può dare: non ho una procedura per stabilire se la risposta che mi sono dato è vera o soltanto verosimile. Chi risponde è lo stesso interprete che produce spiegazioni errate, e non smette di farlo perché ha letto un articolo.

Una cosa però si può controllare: le funzioni si riconoscono dalle regolarità. Se un impulso ricompare in una certa classe di situazioni e svanisce quando cambia una certa condizione, ho imparato qualcosa sull’agente che lo produce — non dalla mia introspezione, ma dall’osservazione di quel che accade. Le risposte alle domande di prima valgono come ipotesi, e valgono per ciò che permettono di prevedere.

E qualcosa cambia comunque, anche quando la risposta che mi sono dato è sbagliata. Non cambia quel che so dell’agente: cambia quel che faccio della sua voglia. La esamino invece di eseguirla. Non devo trattare ogni impulso come una verità profonda che chiede di essere scoperta, né come un nemico da reprimere. Posso trattarlo come l’output di un agente con una propria storia, proprie informazioni e proprie funzioni.

L’inconscio non è il sotterraneo in cui ho sepolto qualcosa.

È il lavoro che nell’organismo continua a essere fatto prima, dietro o al di fuori della mia consapevolezza.

E forse la domanda più interessante non è:

«Che cosa sto nascondendo a me stesso?»

ma:

«Quali agenti stanno agendo, e quali funzioni stanno svolgendo?»

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