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Vorrei scrivere un articolo dal titolo “Gli errori di Kant” in cui si parla di tutte le idee di Kant che si sono rivelate errate o che oggi sono praticamente o logicamente inutili, anche se possono avere avuto un’importanza storica.
RISPOSTA DI CHATGPT
Immanuel Kant viene spesso presentato come il più grande filosofo dell’età moderna. La sua Critica della ragion pura è considerata una delle opere fondamentali della filosofia occidentale e continua a occupare un posto centrale nei programmi universitari.
Eppure, osservata con gli occhi del XXI secolo, gran parte della costruzione kantiana appare sorprendentemente fragile. Non solo molte delle sue conclusioni sono state smentite dagli sviluppi successivi della logica, della matematica, della fisica, della biologia, della psicologia e delle neuroscienze, ma anche il metodo con cui Kant cercava di fondare la conoscenza sembra oggi appartenere a un’epoca ormai conclusa.
Questo non diminuisce la sua importanza storica. La storia della filosofia è piena di autori che hanno avuto un’enorme influenza pur essendo, nelle loro conclusioni, profondamente sbagliati. L’importanza storica di una teoria non coincide con la sua verità.
Forse è arrivato il momento di leggere Kant non come un autore che ci spiega come funziona realmente la conoscenza, ma come un documento storico che testimonia il livello raggiunto dalla riflessione filosofica alla fine del Settecento.
L’ambizione impossibile
L’errore fondamentale di Kant precede tutte le sue singole teorie.
Egli era convinto che fosse possibile stabilire, attraverso la sola riflessione filosofica, quali dovessero essere necessariamente le strutture della conoscenza umana.
Non voleva descrivere come gli esseri umani conoscono realmente il mondo. Voleva dimostrare come devono necessariamente conoscerlo.
È un’ambizione enorme.
Ma è anche un’ambizione che oggi appare irrealistica.
Per sapere come funziona la mente non basta riflettere sulla mente. Bisogna studiarla.
La psicologia sperimentale, le neuroscienze, la linguistica, l’intelligenza artificiale e la biologia evoluzionistica hanno mostrato che i processi cognitivi sono troppo complessi per essere dedotti semplicemente dall’analisi concettuale.
Kant cercava di fare scienza senza fare osservazioni.
La filosofia come deduzione
Gran parte della Critica della ragion pura consiste in una lunga serie di deduzioni.
Kant cerca di dimostrare che devono esistere determinate categorie, determinate forme della sensibilità e determinate condizioni della conoscenza.
Ma perché dovrebbero esistere proprio quelle?
La risposta è quasi sempre la stessa: perché altrimenti l’esperienza non sarebbe possibile.
Questo modo di argomentare oggi convince poco.
Molto spesso Kant non dimostra che le cose non potrebbero essere diverse. Dimostra soltanto che, date alcune sue premesse, seguono determinate conclusioni.
L’intero sistema rischia così di diventare un gigantesco ragionamento ipotetico.
Il cervello scompare
Nella filosofia kantiana esiste la conoscenza.
Esiste il soggetto.
Esistono le categorie.
Ma il cervello non esiste.
La memoria quasi non esiste.
L’attenzione non esiste.
L’apprendimento è marginale.
Le emozioni sono quasi irrilevanti.
La cultura compare appena.
L’evoluzione biologica non esiste.
Oggi questa assenza colpisce immediatamente.
Kant costruisce una teoria della conoscenza ignorando quasi completamente il sistema che produce la conoscenza.
È come voler spiegare il volo senza studiare gli uccelli.
Le categorie: una tassonomia arbitraria
Le dodici categorie dell’intelletto sono spesso presentate come una delle grandi conquiste della filosofia.
In realtà rappresentano uno degli aspetti più deboli del sistema kantiano.
Perché dodici?
Perché proprio quelle?
Perché non undici?
Perché non venti?
La risposta è storica.
Kant ricava le categorie dalla logica aristotelica disponibile nel suo tempo.
Oggi quella derivazione appare del tutto arbitraria.
Le categorie sembrano più il prodotto della cultura filosofica del Settecento che la struttura universale della mente umana.
Il noumeno: una parola che non spiega nulla
Il noumeno dovrebbe essere la realtà indipendente dalla nostra esperienza.
Ma Kant afferma contemporaneamente che il noumeno è inconoscibile.
Qui nasce un paradosso.
Come possiamo sapere che esiste qualcosa della quale non possiamo sapere assolutamente nulla?
E se davvero non possiamo sapere nulla, perché introdurre il concetto?
Una buona teoria cerca di eliminare gli enti inutili.
Kant, invece, introduce un’entità che non osserviamo, non conosciamo, non possiamo descrivere e che non contribuisce a spiegare alcun fenomeno osservabile.
Il noumeno finisce così per assomigliare più a un espediente teorico che a un concetto realmente esplicativo.
Lo spazio e il tempo
Kant sosteneva che spazio e tempo appartenessero alla struttura della mente.
Einstein ha mostrato che appartengono anche alla struttura dell’universo.
Naturalmente Kant non poteva prevederlo.
Ma ciò dimostra quanto sia rischioso cercare di dedurre filosoficamente proprietà fondamentali della realtà.
La fisica, non la filosofia, ha fornito la risposta.
I giudizi sintetici a priori
Uno dei pilastri della filosofia kantiana è oggi quasi scomparso dal dibattito.
Non perché sia stato definitivamente confutato, ma perché si è rivelato poco utile.
La logica contemporanea, la filosofia analitica e la filosofia della scienza hanno imboccato strade completamente diverse.
È significativo che una delle idee considerate centrali da Kant sia diventata oggi quasi marginale.
Una razionalità immaginaria
L’essere umano descritto da Kant è sorprendentemente razionale.
Le emozioni disturbano.
Le passioni confondono.
La ragione governa.
Ma la psicologia moderna descrive un essere umano molto diverso.
Gran parte delle decisioni nasce da processi inconsci.
Le emozioni precedono spesso il ragionamento.
I bias cognitivi sono numerosissimi.
L’identità personale è fortemente influenzata dal contesto sociale.
La razionalità esiste, ma rappresenta soltanto una parte del funzionamento mentale.
Kant costruisce il proprio sistema attorno a una versione idealizzata dell’essere umano.
L’etica senza psicologia
L’imperativo categorico è probabilmente una delle costruzioni morali più eleganti mai elaborate.
Ma eleganza non significa realismo.
Le persone non decidono normalmente chiedendosi se la propria azione possa diventare una legge universale.
Le persone decidono attraverso emozioni, intuizioni morali, appartenenze sociali, abitudini, interessi, paura, empatia, educazione e solo successivamente razionalizzano ciò che hanno fatto.
La psicologia morale contemporanea rende il modello kantiano molto poco plausibile come descrizione del comportamento umano.
L’assenza dell’evoluzione
Kant descrive la mente come se fosse una struttura immutabile.
Dopo Darwin questa prospettiva è diventata difficilmente sostenibile.
Le capacità cognitive non sono strutture eterne.
Sono adattamenti evolutivi.
Le categorie, se esistono, non derivano dalla ragione pura, ma da milioni di anni di selezione naturale.
Il trascendentale come vicolo cieco
L’idea più influente di Kant è forse anche quella che oggi appare più sterile.
Il metodo trascendentale consiste nel chiedersi quali condizioni rendano possibile un certo fenomeno.
Come esercizio filosofico può essere interessante.
Ma come metodo per produrre nuova conoscenza ha mostrato limiti enormi.
Le grandi scoperte degli ultimi due secoli non sono nate dalla ricerca delle condizioni trascendentali della possibilità dell’esperienza.
Sono nate dall’osservazione, dall’esperimento, dalla modellizzazione matematica e dalla verifica empirica.
La rivoluzione scientifica è andata in una direzione diversa da quella immaginata da Kant.
L’influenza della sua epoca
Uno degli errori più profondi di Kant è forse quello di aver scambiato per universali caratteristiche che appartenevano alla cultura europea del XVIII secolo.
La sua logica.
La sua concezione della razionalità.
La sua idea di soggetto.
La sua concezione della morale.
Oggi sappiamo che il pensiero umano è molto più variabile, molto più dipendente dalla cultura e molto più adattabile di quanto Kant ritenesse.
Che cosa rimane?
Paradossalmente, ciò che rimane vivo di Kant non sono le sue risposte.
Sono le sue domande.
Come è possibile conoscere?
Quali sono i limiti della conoscenza?
Qual è il rapporto tra soggetto e realtà?
Come fondare la morale?
Queste domande restano attuali.
Le risposte di Kant, invece, appartengono in larga misura alla storia della filosofia.
Conclusione
La filosofia contemporanea continua spesso a trattare Kant come un autore quasi intoccabile.
Probabilmente questa deferenza è eccessiva.
Se Kant pubblicasse oggi la Critica della ragion pura, difficilmente verrebbe considerata una teoria plausibile della mente o della conoscenza. Verrebbe probabilmente letta come una brillante costruzione concettuale, ricca di intuizioni, ma scarsamente supportata da evidenze empiriche e fondata su numerose assunzioni non dimostrate.
La sua grandezza consiste nell’aver trasformato il modo di fare filosofia, non nell’aver descritto correttamente il funzionamento della mente.
La storia del pensiero dovrebbe avere il coraggio di distinguere tra l’importanza storica di un autore e la validità attuale delle sue teorie. Da questo punto di vista, Kant occupa una posizione singolare: pochi filosofi sono stati tanto influenti e, nello stesso tempo, così profondamente superati nei contenuti.
Forse il modo migliore per onorare Kant non è continuare a difenderne le tesi, ma applicare al suo stesso sistema lo spirito critico che egli riteneva il fondamento della filosofia.