La filosofia che vorrei

(Scritto da ChatGPT come riassunto di una conversazione che abbiamo avuto sul senso della filosofia)

Quando oggi si parla di filosofia, non è affatto chiaro che cosa si intenda. Esistono molte filosofie, molte tradizioni e molti metodi, ma non esiste un consenso generale su che cosa sia propriamente la filosofia, quale sia il suo oggetto, quale il suo metodo e, soprattutto, quale funzione dovrebbe svolgere.

Per questo mi interessa meno chiedermi che cosa la filosofia «sia» e più chiedermi che cosa dovrebbe «fare».

La filosofia contemporanea è infatti estremamente frammentata. Esistono filosofia della mente, della scienza, del linguaggio, della politica, dell’etica, della tecnologia e molte altre; esistono inoltre tradizioni e scuole profondamente diverse. Anche all’interno dell’ambiente accademico la filosofia comprende oggi aree di ricerca molto specializzate e relativamente autonome.

Questa situazione rende difficile individuare un criterio universalmente condiviso per stabilire che cosa appartenga alla filosofia e che cosa ne sia escluso. Ma, anziché considerare questa difficoltà come un motivo per rinunciare alla filosofia, preferisco rovesciare la domanda: non chiediamoci anzitutto che cosa la filosofia debba essere; chiediamoci che cosa dovrebbe produrre.

Filosofia e storia della filosofia

A questo punto emerge, a mio avviso, un problema importante della filosofia accademica: la tendenza a confondere la filosofia con la storia della filosofia.

Studiare la storia della filosofia è certamente importante. Abbiamo bisogno di sapere che cosa hanno pensato gli esseri umani, quali problemi hanno individuato, quali risposte hanno proposto, come le loro idee sono nate e come hanno influenzato quelle successive. La storia permette inoltre di comprendere come siano cambiate nel tempo le nostre concezioni della realtà, dell’uomo, della conoscenza e della società.

Ma conoscere la storia delle idee e fare filosofia sono attività diverse.

La storia della filosofia dovrebbe chiedersi:

Che cosa ha pensato Platone? Che cosa ha pensato Aristotele? Che cosa ha pensato Kant? Come si è sviluppata una determinata corrente? Quali influenze ha ricevuto? Quale significato aveva quella concezione nel suo contesto storico?

La filosofia dovrebbe invece chiedersi:

Che cosa, di tutto ciò che è stato pensato, possiamo ancora considerare valido, interessante o utile oggi? Che cosa dobbiamo abbandonare? Che cosa dobbiamo correggere? Che cosa possiamo sviluppare ulteriormente?

La distinzione è fondamentale.

Un filosofo o una corrente possono avere avuto un’importanza storica enorme e avere tuttavia lasciato ben poco che oggi meriti di essere conservato come filosofia. Al contrario, un autore relativamente marginale dal punto di vista storico può avere formulato un’idea che conserva ancora un grande valore.

L’importanza storica di una filosofia e la sua attualità filosofica sono dunque due cose diverse.

Non dovremmo confonderle.

Il fatto che una filosofia abbia avuto una grande influenza non costituisce una prova della sua validità. Il fatto che una filosofia sia stata dimenticata non costituisce una prova della sua irrilevanza.

La storia dice che cosa è successo alle idee. La filosofia dovrebbe decidere, attraverso l’analisi critica, che cosa possiamo ancora farne.

Questa distinzione dovrebbe essere radicale. La storia della filosofia dovrebbe poter essere studiata come disciplina storica, mentre la filosofia dovrebbe poter utilizzare la storia della filosofia come una delle proprie fonti senza essere subordinata ad essa.

Chi seleziona, e in base a quale criterio?

Selezionare presuppone un criterio. Nelle scienze empiriche esiste qualcosa che gli somiglia: una teoria viene abbandonata quando prevede male, e il verdetto arriva in buona parte da fuori, dall’esperimento. In filosofia questo non c’è. Non disponiamo di una procedura condivisa per stabilire che cosa sia stato confutato. Che la fisica di Aristotele sia superata lo riconosciamo tutti, perché il giudizio viene da un’altra disciplina; ma la sua teleologia? La risposta dipende dalla posizione filosofica di chi risponde. Il criterio di selezione è esso stesso una tesi filosofica contestabile.

Chi solleva questa obiezione ha ragione su un punto e torto su un altro.

Ha ragione in questo: non esiste una sintesi neutrale del patrimonio filosofico. Chi seleziona lo fa da una posizione, e la sua selezione è a sua volta materia di discussione. Chiunque prometta la distillazione oggettiva di ciò che la filosofia ha acquisito sta vendendo la propria filosofia con l’etichetta della neutralità.

Ha torto però nel concludere che allora sia meglio non selezionare, perché la rinuncia a selezionare non produce imparzialità: produce una selezione diversa, non dichiarata e non argomentata. Se non decidiamo noi che cosa merita di essere pensato, la decisione la prendono i programmi universitari, le mode editoriali, la disponibilità delle traduzioni, il prestigio delle scuole e l’inerzia delle bibliografie. Nessuno di questi è un criterio migliore. Sono soltanto criteri invisibili.

La selezione avviene comunque. L’unica scelta reale è se avvenga in modo esplicito, con ragioni dichiarate e quindi criticabili, oppure in modo implicito. La filosofia che vorrei sceglie la prima strada e ne accetta il prezzo: le sue selezioni sono provvisorie, di parte, revisabili e destinate a essere contestate. Non chiede di essere creduta perché neutrale; chiede di essere discussa perché esplicita. Questo abbassa la pretesa del programma, e va bene così: non un canone di ciò che sopravvive, ma una proposta di canone, presentata insieme agli argomenti che la sostengono.

Perché specializzarsi in un filosofo?

Da qui nasce una domanda polemica.

Che senso ha dedicare una parte enorme della propria attività intellettuale allo studio specialistico di un singolo filosofo?

Naturalmente una risposta esiste. Lo specialista può ricostruire con grande precisione un pensiero, correggere interpretazioni errate, stabilire il significato di un testo, ricostruire le influenze ricevute dall’autore e comprendere meglio il contesto nel quale le sue idee furono elaborate.

Tutto questo può essere un lavoro storico e filologico di grande valore.

Ma non è necessariamente fare filosofia.

Se una persona dedica decenni a stabilire con estrema precisione che cosa pensasse Kant, il risultato può essere una conoscenza straordinariamente raffinata di Kant. Ma non è evidente che questo contribuisca altrettanto alla soluzione dei problemi filosofici contemporanei.

Potremmo conoscere perfettamente il pensiero di un autore e non sapere ancora che cosa, di quel pensiero, meriti di essere conservato.

La domanda che mi interessa è quindi un’altra:

Perché dovremmo prendere un filosofo tutto intero?

Perché dovremmo essere kantiani, hegeliani, nietzscheani, marxisti, fenomenologi o aristotelici?

Se in un autore troviamo cinque idee valide e dieci idee superate, perché dovremmo accettare l’intero sistema? Non sarebbe più ragionevole prendere le cinque idee che riteniamo ancora valide, confrontarle con ciò che abbiamo appreso nel frattempo e abbandonare le altre?

La filosofia dovrebbe essere libera dalle appartenenze scolastiche.

Non abbiamo bisogno di essere «discepoli» di un filosofo per utilizzare una sua idea.

Possiamo prendere da Aristotele, Spinoza, Hume, Kant, Nietzsche, Wittgenstein, Dewey, Popper, Habermas o altri ciò che conserva valore, e integrarli in una concezione nuova.

Non dobbiamo scegliere un filosofo.

Dobbiamo scegliere le idee ancora utili, nel senso di utilizzabilità concettuale.

Una filosofia cumulativa

Vorrei quindi una filosofia che fosse selettiva, cumulativa e sintetica.

Selettiva, perché non tutto ciò che è stato pensato merita di essere conservato.

Cumulativa, perché ciò che è stato acquisito non dovrebbe essere  disperso e solo occasionalmente riscoperto.

Sintetica, perché dovrebbe cercare di integrare le intuizioni valide provenienti da tradizioni differenti.

La storia della filosofia dovrebbe essere considerata una gigantesca riserva di idee. Ma una riserva non è ancora un patrimonio utilizzabile.

Occorre esaminarla, selezionarla, confrontarla con le conoscenze contemporanee e trasformarla in un patrimonio concettuale utilizzabile oggi.

La filosofia contemporanea dovrebbe quindi poter dire, per esempio:

«Questa intuizione di Aristotele è ancora utilizzabile, ma questa sua concezione è stata superata.»

«Questa distinzione di Kant è ancora feconda, ma deve essere riformulata alla luce delle conoscenze attuali.»

«Questa critica di Nietzsche è ancora importante, ma la sua spiegazione del fenomeno non è più sostenibile.»

«Questa intuizione di Wittgenstein può essere integrata con ciò che oggi sappiamo sul linguaggio.»

Il risultato non dovrebbe essere un commentario infinito agli autori, ma una nuova elaborazione.

In questo senso, la filosofia dovrebbe poter utilizzare tutto ciò che è stato pensato senza sentirsi obbligata a conservarne le forme originarie.

Non leggere tutto per poter pensare

Da questa concezione deriva una conseguenza forse provocatoria.

Non dovrebbe essere necessario leggere direttamente i grandi testi della storia della filosofia per poter fare filosofia.

Chi vuole diventare storico della filosofia deve naturalmente studiare i testi originali. Chi vuole conoscere Platone come fenomeno storico deve studiare Platone. Ma chi vuole affrontare un problema filosofico contemporaneo non dovrebbe essere obbligato a conoscere integralmente tutto ciò che è stato scritto su quel problema.

Potrebbe essere sufficiente disporre di una buona sintesi critica del patrimonio precedente.

Una sintesi di questo tipo non dovrebbe essere un semplice riassunto. Dovrebbe dire:

che cosa è stato sostenuto;

perché è stato sostenuto;

quali argomenti lo sostengono;

quali obiezioni sono state formulate;

che cosa è rimasto convincente;

che cosa è stato confutato;

che cosa è diventato obsoleto;

che cosa può essere recuperato;

come può essere riformulato oggi.

Questa sarebbe un’elaborazione filosofica della storia della filosofia.

Il lettore potrebbe così accedere direttamente al patrimonio concettuale che ha superato questa selezione, senza essere costretto a ripercorrere tutto il percorso storico che lo ha prodotto.

Chi volesse poi approfondire potrebbe sempre tornare agli autori originali.

La storia della filosofia diventerebbe così una sorta di archivio; la filosofia, invece, il lavoro di selezione e trasformazione dell’archivio in conoscenza attuale.

Che cosa dovrebbe «fare» la filosofia?

Ma tutto questo avrebbe senso soltanto se sapessimo a che cosa deve servire la filosofia.

La filosofia che vorrei dovrebbe fare una differenza, ovvero cambiare e/o aumentare la quantità e la varietà di ciò che gli esseri umani sono capaci di vedere, pensare, valutare e fare insieme.

Dovrebbe innanzitutto trasformare la credenza incosapevole in consapevolezza. Molte delle idee che governano la nostra vita non vengono percepite come idee: ci appaiono semplicemente come realtà. La filosofia dovrebbe aiutarci a passare da «è così» a «ha questi effetti perché…».

Dovrebbe trasformare l’adesione in giustificazione. Non dovremmo considerare vera un’affermazione soltanto perché proviene dalla tradizione, dalla cultura, dalla religione, dalla politica, dal nostro gruppo sociale o da un’autorità. Dovremmo essere più abituati a chiedere perché dovremmo crederla.

Dovrebbe aumentare la capacità di distinguere: fatti e valori, desideri e diritti, intenzioni e conseguenze, spiegazioni e giustificazioni, differenze e incompatibilità, opinioni e conoscenze.

Dovrebbe aumentare la capacità di assumere prospettive diverse dalla nostra. Comprendere l’altro non significa dargli ragione, ma essere capaci di rappresentare il mondo anche dal suo punto di vista.

Dovrebbe aumentare lo spazio mentale fra ciò che accade e la nostra reazione. Prima di reagire dovremmo poter distinguere ciò che è accaduto da ciò che interpretiamo, ciò che proviamo da ciò che desideriamo, ciò che vogliamo da ciò che l’altro vuole.

Dovrebbe rendere più comprensibili le relazioni sociali, mostrando aspettative, norme, ruoli, rapporti di potere, forme di cooperazione e conflitti che spesso rimangono impliciti.

Dovrebbe inoltre mostrare che le istituzioni umane sono costruzioni e quindi, almeno in linea di principio, sono modificabili. «È sempre stato così» non dovrebbe essere considerato un argomento sufficiente.

Infine dovrebbe aumentare la nostra capacità di vivere nell’incertezza. Una filosofia matura non dovrebbe produrre necessariamente più certezze, ma una migliore distinzione fra ciò che sappiamo, ciò che supponiamo e ciò che non sappiamo.

Una filosofia che costruisce e decostruisce

La filosofia che vorrei avrebbe dunque una funzione contemporaneamente decostruttiva e costruttiva.

Dovrebbe smascherare le idee false, incoerenti, confuse, arbitrarie o sterili. Ma non dovrebbe fermarsi alla demolizione.

Dovrebbe costruire nuovi concetti, nuove distinzioni, nuove interpretazioni e nuove possibilità.

Una filosofia può essere importante perché elimina un errore. Ma può esserlo anche perché rende pensabile qualcosa che prima non riuscivamo a pensare.

Questo è forse il cambiamento più profondo che una filosofia possa produrre: aumentare il repertorio delle possibilità umane.

Ciò che non possiamo concepire difficilmente possiamo desiderare, progettare o realizzare.

La filosofia che vorrei

La filosofia che vorrei non sarebbe quindi una successione di scuole da studiare, né un museo di grandi autori, né una gara per stabilire quale filosofo abbia formulato il sistema più sofisticato.

Sarebbe un’attività permanente di selezione, critica, integrazione e produzione di idee.

Guarderebbe alla storia della filosofia come a un patrimonio da utilizzare, non come a un’autorità da venerare.

Non chiederebbe:

«Che cosa pensava Kant?»

se non nella misura in cui questa domanda aiuta a rispondere a una domanda più importante:

«Che cosa possiamo ancora imparare da Kant?»

E non chiederebbe:

«Quale filosofo devo seguire?»

ma:

«Quali idee, tra quelle che l’umanità ha prodotto, meritano ancora di essere pensate?»

La filosofia e la storia della filosofia dovrebbero quindi essere radicalmente distinte, pur rimanendo in rapporto. La storia conserva, ricostruisce e interpreta ciò che è stato pensato. La filosofia seleziona, valuta, corregge, integra, attualizza e costruisce ciò che merita di essere pensato oggi.

La prima guarda principalmente verso il passato.

La seconda guarda principalmente verso ciò che possiamo pensare oggi e verso ciò che potremmo pensare domani.

La filosofia che vorrei dovrebbe infine applicare a se stessa gli stessi criteri che applica alle altre forme di pensiero. Se insegna a dubitare delle autorità, deve dubitare anche dell’autorità dei filosofi. Se chiede ragioni, deve fornire ragioni. Se critica le ideologie, deve sottoporre a critica anche le proprie. Se sostiene l’autonomia del pensiero, non dovrebbe produrre discepoli.

Il suo compito non sarebbe dunque conservare la filosofia così come l’abbiamo ricevuta.

Sarebbe utilizzare tutto ciò che della filosofia passata merita di essere conservato per costruire una filosofia migliore per il presente e per il futuro.

Non voglio una filosofia che ci chieda di conoscere tutto ciò che i filosofi hanno pensato.

Vorrei una filosofia che ci dica che cosa, di tutto ciò che hanno pensato, conviene ancora pensare.

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