Psicologia del cambiare

MIO PROMPT

Vorrei scrivere un articolo dal titolo “Psicologia del cambiare” in cui si riflette sulla motivazione a (non) cambiare qualcosa intorno a sé o dentro sé. Perché ci sono differenze tra individui nella loro propensione al cambiamento, e cosa la gente vorrebbe cambiare e cosa conservare. Perché cambiare? Cosa cambiare? Fattori intervengono nella scelta se cambiare una cosa o se stessi sì o no?

RISPOSTA DI CHATGPT

Cambiare significa fare in modo che qualcosa diventi diverso da ciò che è. Possiamo cambiare ciò che ci circonda, modificando una situazione, un ambiente, un’organizzazione o il comportamento di altre persone; possiamo cambiare il nostro modo di comportarci; possiamo cercare di cambiare noi stessi, le nostre convinzioni, le nostre abitudini, i nostri desideri o il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.

Il cambiamento, tuttavia, non è necessariamente desiderabile. Accanto alla tendenza a modificare ciò che non ci soddisfa esiste una altrettanto importante tendenza a conservare ciò che abbiamo. Ogni cambiamento comporta infatti una trasformazione della situazione presente e, quindi, anche la perdita di qualcosa che appartiene a quella situazione. La psicologia del cambiare è perciò anche una psicologia del conservare.

Perché cambiare?

La domanda «Perché cambiare?» sembra avere una risposta ovvia: si cambia perché si vuole ottenere una situazione migliore di quella attuale. Ma «migliore» significa semplicemente «più conforme a ciò che desideriamo», e ciò che desideriamo non coincide necessariamente con ciò che è oggettivamente vantaggioso.

Una persona può voler cambiare lavoro perché non le piace più, cambiare casa perché non si trova bene nel luogo in cui vive, cambiare partner perché è insoddisfatta della relazione, cambiare il proprio aspetto perché non si piace, cambiare le proprie abitudini perché le considera dannose. In tutti questi casi il cambiamento nasce dalla percezione di una discrepanza tra la situazione presente e una situazione immaginata come preferibile.

Ma la situazione presente possiede anche dei vantaggi. Il lavoro che non piace può garantire sicurezza economica; la casa che si vorrebbe lasciare può essere conveniente; una relazione insoddisfacente può offrire compagnia e stabilità; un’abitudine che si vorrebbe eliminare può procurare piacere. Persino un aspetto di noi stessi che giudichiamo negativamente può svolgere una funzione che non vorremmo perdere.

Per questo il cambiamento raramente mette in competizione semplicemente un «male» con un «bene». Più spesso mette in competizione due insiemi di conseguenze: quelle che derivano dal mantenere la situazione attuale e quelle che potrebbero derivare dal modificarla.

Cambiare significa quindi confrontare un presente conosciuto con un futuro possibile.

Il cambiamento e la conservazione

Ogni persona vive una tensione tra due esigenze opposte: modificare ciò che non soddisfa e conservare ciò che soddisfa.

Questa tensione spiega perché possiamo desiderare contemporaneamente che qualcosa cambi e che rimanga com’è. Possiamo voler cambiare lavoro senza voler rinunciare allo stipendio; voler cambiare una relazione senza perdere la persona; voler cambiare il nostro carattere senza perdere l’identità che quel carattere contribuisce a costituire.

La resistenza al cambiamento non è dunque necessariamente irrazionale. Può essere la conseguenza del riconoscimento, più o meno consapevole, che il cambiamento comporta dei costi.

A volte, naturalmente, il costo della conservazione è maggiore di quello del cambiamento. Continuare a vivere in una determinata situazione può diventare progressivamente più oneroso, mentre il cambiamento può offrire vantaggi considerevoli. Ma anche in questo caso la decisione non è semplice, perché il futuro è conosciuto soltanto attraverso previsioni.

Cambiare significa infatti prendere una decisione sulla base di un futuro che ancora non esiste.

Che cosa cambiare?

Quando una situazione non ci soddisfa, non esiste una sola possibilità di intervento. Possiamo cambiare la situazione, cambiare il nostro comportamento oppure cambiare il modo in cui interpretiamo la situazione.

Se una persona ci tratta male, possiamo cercare di modificare il suo comportamento, possiamo modificare il nostro comportamento nei suoi confronti oppure possiamo allontanarci da lei. Possiamo anche modificare il significato che attribuiamo al suo comportamento.

Questa distinzione è fondamentale perché spesso il problema non consiste semplicemente nel decidere se cambiare, ma nel decidere che cosa cambiare.

Una persona può cercare di cambiare il mondo quando sarebbe più efficace cambiare se stessa. Oppure può cercare continuamente di cambiare se stessa per adattarsi a una situazione che sarebbe invece opportuno modificare o abbandonare.

La domanda «Come posso cambiare?» dovrebbe quindi essere preceduta da una domanda più fondamentale: «Dove deve avvenire il cambiamento?».

Cambiare la realtà o cambiare se stessi

Cambiare la realtà e cambiare se stessi sono strategie alternative, ma non sempre realmente alternative.

Una persona che cambia lavoro cambia una parte della propria realtà. Se però porta nel nuovo lavoro le stesse aspettative, gli stessi comportamenti e gli stessi criteri con cui valutava il precedente, potrebbe ritrovare problemi analoghi.

Al contrario, modificare se stessi può permettere di vivere diversamente una situazione che non è possibile o non è conveniente modificare. Ma anche questa strategia ha dei limiti. Adattarsi a una situazione non significa necessariamente migliorarla. Una persona può diventare molto abile nell’adattarsi a condizioni che sarebbe invece ragionevole cercare di cambiare.

La psicologia del cambiare deve quindi distinguere tra adattamento e trasformazione. Adattarsi significa modificare se stessi in funzione dell’ambiente; trasformare significa modificare l’ambiente in funzione dei propri obiettivi. La vita umana richiede entrambe le capacità.

Perché alcune persone cambiano più di altre?

Le persone differiscono considerevolmente nella loro propensione al cambiamento. Alcune modificano frequentemente lavoro, abitazione, relazioni, interessi e abitudini; altre cercano soprattutto stabilità e continuità.

Ma sarebbe semplicistico parlare di una generica «propensione al cambiamento». Una persona può essere molto incline a cambiare lavoro e poco incline a cambiare le proprie convinzioni; può cambiare spesso luogo di abitazione ma essere estremamente conservatrice nelle relazioni; può desiderare profondamente un cambiamento personale ma non essere disposta a modificare le proprie condizioni esterne.

La propensione al cambiamento dipende quindi anche dall’oggetto del cambiamento.

Tra i fattori che possono contribuire alle differenze individuali vi sono il valore attribuito alla stabilità, la tolleranza dell’incertezza, l’esperienza precedente dei cambiamenti, la fiducia nella propria capacità di controllarne gli esiti, la sensibilità ai costi, la capacità di immaginare situazioni future e il valore attribuito alla continuità della propria identità.

Anche la storia personale può modificare il rapporto con il cambiamento. Chi ha sperimentato cambiamenti che hanno prodotto conseguenze positive può sviluppare una maggiore fiducia nella possibilità di cambiare. Chi ha sperimentato ripetutamente conseguenze negative può diventare più prudente. Ma anche il contrario è possibile: esperienze positive possono trasformarsi nella ricerca continua di nuove trasformazioni, mentre esperienze negative possono indurre una maggiore cautela.

Non esiste dunque necessariamente una quantità «giusta» di cambiamento. Esistono persone e situazioni nelle quali cambiare molto può essere vantaggioso e altre nelle quali la stabilità può esserlo.

Il costo del cambiamento

La decisione di cambiare dipende anche dal costo che attribuiamo al cambiamento.

Questo costo non è soltanto economico. Può essere fisico, emotivo, temporale, sociale e identitario. Cambiare lavoro può richiedere denaro e tempo, ma anche affrontare l’incertezza. Cambiare una relazione può comportare solitudine. Cambiare un’abitudine può richiedere uno sforzo prolungato. Cambiare un’opinione può significare riconoscere di essersi sbagliati.

In alcuni casi il costo maggiore è rappresentato dalla rinuncia a qualcosa che, pur non essendo desiderato in sé, è diventato familiare.

Il familiare ha infatti un valore psicologico particolare. Conosciamo le sue regole, sappiamo cosa aspettarci, abbiamo imparato come comportarci. Il nuovo, invece, richiede apprendimento e comporta possibilità che non sappiamo ancora valutare.

Per questo l’incertezza può essere sufficiente a rendere poco attraente un cambiamento anche quando la situazione attuale non è soddisfacente.

La previsione delle conseguenze

Ogni decisione di cambiare è anche una previsione.

Prima di cambiare qualcosa immaginiamo ciò che potrebbe accadere dopo. Valutiamo, esplicitamente o implicitamente, i possibili vantaggi e svantaggi. Ma le nostre previsioni possono essere sbagliate.

Alcune conseguenze sono facilmente prevedibili. Altre sono difficili da prevedere. Altre ancora non possono essere previste.

Un cambiamento può produrre una catena di conseguenze che si estende molto oltre l’obiettivo iniziale. Cambiare lavoro può modificare il reddito, le relazioni, il tempo libero, il luogo in cui si vive e persino la propria identità sociale. Cambiare una relazione può modificare il rapporto con amici e familiari. Modificare un’organizzazione può produrre comportamenti inattesi nelle persone che ne fanno parte.

Il problema del cambiamento è quindi anche un problema di complessità: intervenire su una parte di un sistema può modificare altre parti del sistema.

La responsabilità di chi cambia

Proprio perché un cambiamento produce conseguenze, chi decide di realizzarlo assume una responsabilità rispetto a tali conseguenze.

Questa responsabilità non significa che chi cambia qualcosa debba essere considerato colpevole di tutto ciò che accade successivamente. Non possiamo essere responsabili di conseguenze che non avremmo potuto ragionevolmente prevedere. Ma siamo responsabili delle conseguenze che potevamo prevedere e che abbiamo scelto di accettare.

È quindi utile distinguere almeno tre tipi di conseguenze: quelle previste, quelle prevedibili ma non effettivamente previste e quelle imprevedibili.

La prima categoria riguarda ciò che una persona sapeva sarebbe probabilmente accaduto. La seconda riguarda ciò che avrebbe potuto prevedere disponendo di informazioni e attenzione sufficienti. La terza comprende ciò che, date le informazioni disponibili, non era ragionevolmente possibile anticipare.

Questa distinzione è importante perché la responsabilità non dovrebbe dipendere soltanto dall’esito. Una decisione può produrre un risultato negativo senza essere stata irresponsabile, se quel risultato non era prevedibile. Allo stesso modo, una decisione può produrre un risultato positivo e tuttavia essere stata irresponsabile, se il risultato positivo era fortuito e chi ha deciso aveva ignorato rischi evidenti.

La responsabilità del cambiamento riguarda quindi soprattutto il rapporto tra decisione, informazioni disponibili, prevedibilità e conseguenze.

Le conseguenze imprevedibili

Il fatto che alcune conseguenze siano imprevedibili non elimina la responsabilità; ne stabilisce piuttosto i limiti.

Non possiamo chiedere a chi decide un cambiamento di prevedere tutto ciò che accadrà. Possiamo però chiedergli di considerare l’incertezza e di non comportarsi come se il futuro fosse completamente conosciuto.

Una decisione responsabile non è necessariamente quella che produce il risultato migliore. È quella che prende in considerazione, per quanto possibile, i risultati possibili, i rischi associati e ciò che potrebbe essere perduto.

Questo introduce un elemento spesso trascurato nella psicologia del cambiamento: la reversibilità.

Un cambiamento facilmente reversibile può essere affrontato con maggiore disponibilità rispetto a un cambiamento irreversibile. Provare un’attività nuova per una settimana non equivale a vendere una casa, interrompere una relazione o sottoporsi a una trasformazione che non può essere annullata.

La possibilità di tornare indietro modifica quindi il rischio percepito e, di conseguenza, la propensione a cambiare.

Cambiare gli altri

Un caso particolare è rappresentato dal desiderio di cambiare altre persone.

Possiamo desiderare che un partner diventi più affettuoso, che un figlio sia più responsabile, che un collega collabori maggiormente, che un amico cambi atteggiamento. Ma qui compare una difficoltà fondamentale: gli altri non sono oggetti sui quali possiamo semplicemente intervenire.

Possiamo cercare di persuaderli, premiarli, dissuaderli, porre condizioni o modificare il nostro comportamento nei loro confronti. Ma il loro cambiamento dipende anche dalla loro volontà.

Per questo il desiderio di cambiare gli altri può trasformarsi facilmente in un conflitto tra due autonomie: quella di chi vuole il cambiamento e quella di chi dovrebbe cambiare.

In molte situazioni la domanda più realistica non è «Come posso cambiare questa persona?», ma «Che cosa posso cambiare nel mio rapporto con questa persona?».

Il cambiamento dell’identità

Cambiare se stessi presenta una difficoltà ulteriore perché ogni persona deve in qualche misura continuare a riconoscersi nel cambiamento.

Quando diciamo «voglio cambiare» intendiamo normalmente che una persona futura, diversa da quella attuale, dovrebbe essere comunque considerata la stessa persona. Il cambiamento deve quindi produrre differenza senza distruggere completamente la continuità.

Questo spiega perché alcuni cambiamenti siano vissuti come minacce all’identità. Abbandonare una convinzione, modificare un’abitudine o assumere un nuovo ruolo può significare rinunciare a una parte della rappresentazione che abbiamo di noi stessi.

Cambiare non significa dunque soltanto diventare diversi. Significa anche decidere quali elementi della persona che siamo vogliamo continuare a essere.

Chi dovrebbe cambiare?

Quando il problema del cambiamento viene trasferito dall’individuo alla società, compare una domanda ulteriore: chi dovrebbe cambiare?

La domanda sembra semplice, ma contiene già una teoria della responsabilità. Se una società presenta povertà, criminalità, disuguaglianza, discriminazione, inefficienza, conflitti o degrado ambientale, possiamo attribuire la causa del problema a soggetti diversi e, di conseguenza, chiedere a soggetti diversi di cambiare.

Possiamo dire che devono cambiare i governanti, le istituzioni, le imprese, i cittadini, le famiglie, la scuola, i mezzi di comunicazione, oppure che deve cambiare la cultura nel suo complesso.

La scelta non è soltanto descrittiva. È politica.

Attribuire la causa di un problema significa infatti individuare, almeno implicitamente, chi dovrebbe intervenire per risolverlo. Se un comportamento individuale viene considerato la causa di un problema sociale, si chiederà alle persone di comportarsi diversamente. Se viene considerata responsabile un’istituzione, si chiederà di modificarne le regole. Se viene considerato responsabile il governo, si chiederà ai governanti di governare diversamente.

La spiegazione di un male sociale contiene quindi spesso una teoria del cambiamento.

Governanti e cittadini

In una società democratica la domanda «chi deve cambiare?» può produrre un conflitto particolarmente interessante.

I governanti possono sostenere che molti problemi dipendono dai comportamenti dei cittadini: evasione fiscale, mancato rispetto delle regole, consumi irresponsabili, scarsa partecipazione, comportamenti individualistici. Possono quindi chiedere ai cittadini di cambiare.

I cittadini possono invece sostenere che i loro comportamenti sono in larga misura conseguenza delle condizioni create dalle istituzioni: leggi sbagliate, incentivi perversi, servizi inefficienti, disuguaglianze, procedure burocratiche, cattiva amministrazione. Possono quindi chiedere ai governanti di cambiare.

Entrambe le spiegazioni possono essere vere contemporaneamente.

Un comportamento individuale può essere prodotto, almeno in parte, dalle condizioni sociali, mentre le condizioni sociali possono essere mantenute o modificate dalla somma dei comportamenti individuali. La difficoltà consiste quindi nello stabilire quale cambiamento sia necessario, chi abbia il potere di realizzarlo e quale parte della responsabilità appartenga a ciascun soggetto.

La politica come distribuzione della responsabilità

La politica può essere considerata anche come una continua negoziazione sulla distribuzione della responsabilità.

Di fronte a un problema, qualcuno deve essere indicato come responsabile: non necessariamente colpevole, ma almeno come soggetto che dispone della possibilità o del dovere di intervenire.

Questo produce una differenza importante tra responsabilità causale e responsabilità d’intervento.

Una persona può contribuire a produrre un problema senza avere il potere di risolverlo. Al contrario, un’istituzione può avere un enorme potere di intervento senza essere stata la causa originaria del problema.

Un governo può, per esempio, non aver creato una determinata trasformazione economica, ma avere la responsabilità politica di gestirne le conseguenze. Un cittadino può contribuire con il proprio comportamento a un problema collettivo, ma non essere in grado di risolverlo individualmente.

Confondere queste due forme di responsabilità conduce facilmente a discussioni improduttive.

Chi ha il potere di cambiare?

La domanda «chi dovrebbe cambiare?» dovrebbe quindi essere accompagnata da una seconda domanda: chi può cambiare?

Non tutti coloro che hanno una responsabilità hanno lo stesso potere. E non tutti coloro che hanno il potere hanno la stessa responsabilità.

Un cittadino può avere la responsabilità di rispettare una legge, ma non il potere di modificarla. Un governo può avere il potere di modificare una legge, ma non può modificare direttamente le convinzioni di milioni di persone. Un’impresa può modificare i propri prodotti, ma non può decidere autonomamente le condizioni sociali nelle quali quei prodotti vengono utilizzati.

La possibilità concreta di intervenire dovrebbe quindi essere una delle variabili considerate quando si attribuisce una responsabilità.

Chiedere a qualcuno di cambiare ciò che non è in suo potere cambiare non è una vera proposta di cambiamento. È un’attribuzione di responsabilità priva dei mezzi necessari per esercitarla.

Cambiare gli altri per non cambiare se stessi

Esiste inoltre una forma di attribuzione della responsabilità particolarmente comune nella politica: chiedere agli altri di cambiare per evitare di dover cambiare noi stessi.

Un governo può chiedere ai cittadini di modificare i propri comportamenti senza modificare le condizioni che li rendono convenienti o inevitabili. I cittadini possono chiedere al governo di risolvere un problema senza essere disposti a modificare nessuno dei propri comportamenti che contribuiscono a produrlo.

In entrambi i casi il cambiamento viene trasferito sull’altro.

Questo meccanismo può produrre una situazione paradossale: tutti riconoscono che qualcosa dovrebbe cambiare, ma ciascuno ritiene che debbano cambiare soprattutto gli altri.

La domanda «Chi dovrebbe cambiare?» diventa allora una domanda molto più scomoda: «Che cosa dovrei cambiare io?»

La responsabilità come strumento politico

Attribuire la responsabilità può anche essere un modo per costruire consenso.

Presentare un problema come conseguenza del comportamento di un determinato gruppo permette di proporre quel gruppo come destinatario del cambiamento. I giovani, gli anziani, gli immigrati, gli imprenditori, i lavoratori, i ricchi, i poveri, i consumatori, i dipendenti pubblici o i politici possono diventare, a seconda della narrazione adottata, i soggetti che «dovrebbero cambiare».

In questo modo una questione complessa viene trasformata in una relazione semplice tra un problema e un responsabile.

Ma la semplicità della spiegazione può essere ingannevole. I fenomeni sociali sono generalmente prodotti dall’interazione di molti comportamenti, istituzioni, condizioni economiche, norme, incentivi e tradizioni. Individuare un unico responsabile può essere politicamente efficace senza essere necessariamente una buona spiegazione.

La ricerca del responsabile può quindi sostituire la ricerca delle condizioni che producono il problema.

Cambiare le regole o cambiare le persone?

Questa distinzione conduce a una delle questioni fondamentali della politica: per migliorare una società bisogna cambiare le persone oppure cambiare le regole entro le quali le persone agiscono?

Le due strategie non sono necessariamente alternative.

Le persone reagiscono agli incentivi, alle sanzioni, alle opportunità e ai vincoli prodotti dall’ambiente sociale. Modificando le regole è quindi possibile modificare i comportamenti senza modificare direttamente le persone.

Ma anche le regole sono prodotte e mantenute da persone. Una riforma istituzionale può fallire se le persone che devono applicarla continuano ad agire secondo le vecchie logiche.

Il cambiamento sociale è quindi spesso circolare: le persone producono le istituzioni, le istituzioni influenzano le persone e queste persone, a loro volta, possono modificare nuovamente le istituzioni.

Chi dovrebbe cambiare per primo?

La domanda politica diventa allora ancora più complessa: chi dovrebbe cambiare per primo?

I governanti possono sostenere che non possono modificare le istituzioni finché i cittadini non cambiano i propri comportamenti. I cittadini possono sostenere che non possono cambiare comportamento finché le istituzioni non cambiano le condizioni che lo rendono necessario.

Si produce così un problema di coordinamento. Ciascuno attende il cambiamento dell’altro.

In alcuni casi il cambiamento deve quindi essere simultaneo. In altri può essere sufficiente che qualcuno inizi, assumendosi il rischio che gli altri non lo seguano.

La politica consiste anche nella capacità di creare condizioni nelle quali il cambiamento di un soggetto renda più conveniente il cambiamento degli altri.

Quando non cambiare è una scelta

La resistenza al cambiamento viene spesso interpretata come paura, pigrizia, rigidità o incapacità di adattamento. Ma non cambiare può essere una scelta razionale.

Se il vantaggio atteso è piccolo, il costo è elevato, l’esito è incerto e la situazione attuale è sufficientemente soddisfacente, conservare può essere la scelta migliore.

Anche l’accettazione di una situazione che non ci piace può talvolta essere razionale. Non tutto ciò che non possiamo ottenere deve essere trasformato in un progetto di cambiamento. Alcune condizioni devono essere modificate; altre devono essere accettate; altre ancora devono essere abbandonate.

La capacità di cambiare e la capacità di conservare sono quindi entrambe competenze psicologiche.

Quando non cambiare diventa un problema

Il fatto che conservare possa essere razionale non significa che lo sia sempre.

La conservazione può diventare automatica quando non valutiamo più i costi della situazione presente. Una persona può continuare a vivere in una condizione insoddisfacente semplicemente perché è quella che conosce. Può continuare un comportamento dannoso perché il beneficio immediato prevale continuamente sulla considerazione delle conseguenze future. Può evitare ogni cambiamento perché considera l’incertezza del futuro peggiore, per definizione, della certezza del presente.

In questi casi non è più una scelta tra conservazione e cambiamento. È una rinuncia a scegliere.

La stessa cosa può accadere nella direzione opposta. Una persona può diventare dipendente dal cambiamento e modificare continuamente ciò che ha senza concedersi il tempo di verificare se la situazione potrebbe diventare soddisfacente. Può abbandonare un lavoro appena emergono difficoltà, interrompere una relazione quando richiede impegno, cambiare progetto prima che produca risultati.

Cambiare può quindi essere tanto una soluzione quanto una fuga.

Cambiare perché?

La domanda fondamentale non dovrebbe essere semplicemente «Come posso cambiare?», ma «Perché voglio cambiare?».

Un cambiamento può essere orientato verso qualcosa oppure semplicemente lontano da qualcosa. Nel primo caso esiste un’immagine, almeno approssimativa, della situazione desiderata. Nel secondo il cambiamento serve soprattutto a fuggire dalla situazione presente.

La differenza è importante. Allontanarsi da una situazione insopportabile può essere necessario anche senza sapere esattamente dove si vuole arrivare. Ma quando questa possibilità esiste, un cambiamento orientato soltanto all’eliminazione del presente rischia di condurre verso una nuova situazione che non è stata realmente scelta.

Cambiare bene richiede quindi non soltanto la percezione di ciò che non vogliamo più, ma anche una qualche rappresentazione di ciò che vogliamo ottenere.

Una psicologia della scelta

La psicologia del cambiare non dovrebbe essere una teoria che insegna ad amare il cambiamento. Dovrebbe cercare di spiegare perché, in una determinata situazione, una persona scelga di trasformare qualcosa oppure di conservarlo.

La decisione dipende dalla rappresentazione della situazione presente, dalla situazione desiderata, dai costi e benefici attribuiti alle diverse possibilità, dalla percezione del controllo, dall’incertezza, dall’identità, dalle abitudini, dalle esperienze passate e dalle conseguenze sociali previste.

Ma, quando il cambiamento riguarda altre persone o la società, compare una questione ulteriore: la distribuzione della responsabilità. Chi deve cambiare? Chi ha il potere di cambiare? Chi deve sostenere i costi? Chi subirà le conseguenze? E chi ha il diritto di decidere per gli altri?

Queste domande impediscono di considerare il cambiamento come un fatto puramente tecnico. Ogni cambiamento sociale modifica infatti anche la distribuzione di vantaggi, svantaggi, potere e responsabilità.

Cambiare significa quindi sostituire una realtà conosciuta con una realtà possibile. Conservare significa accettare che il futuro continui, almeno in parte, a essere prodotto dalla situazione presente.

In entrambi i casi esiste un rischio. Se cambiamo, rischiamo di perdere ciò che abbiamo. Se non cambiamo, rischiamo di perdere ciò che avremmo potuto avere.

La decisione di cambiare è quindi una decisione sul rischio, sulla perdita e sulla possibilità. E la sua responsabilità consiste nel riconoscere che ogni trasformazione produce conseguenze: alcune desiderate, alcune indesiderate, alcune prevedibili e altre che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Cambiare non è semplicemente fare qualcosa di diverso. È intervenire sul corso degli eventi sapendo che, una volta modificata una situazione, il futuro non sarà più esattamente quello che sarebbe stato senza quell’intervento.

La psicologia del cambiare è, in questo senso, anche la psicologia della responsabilità verso il futuro.

E quando il cambiamento riguarda una società, diventa anche la psicologia della domanda politica fondamentale: chi deve cambiare, chi decide che cosa deve cambiare e chi si assume la responsabilità di ciò che accadrà dopo?

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