MIO PROMPT
Vorrei scrivere un articolo sull’idea che anche quando siamo soli è come se gli altri vedessero cosa stiamo facendo e sapessero a cosa stiamo pensando. Qualcosa nella mente assume che vi sia una sorveglianza costante da parte degli altri, con conseguenze sia sul momento, sia in momenti successivi. Come se gli altri sapessero ciò che abbiamo fatto o pensato.
RISPOSTA DI CHATGPT
Essere soli non significa necessariamente sentirsi distanti dagli altri. Una persona può trovarsi fisicamente in una stanza vuota, senza che nessuno la guardi, la ascolti o possa sapere che cosa sta facendo, e tuttavia continuare a comportarsi, almeno in parte, come se fosse sotto osservazione.
Non è necessario pensare esplicitamente «qualcuno mi sta guardando». Può essere sufficiente che nella mente rimanga attivo un punto di vista sociale: una rappresentazione degli altri, del loro possibile giudizio, delle loro aspettative e delle loro possibili reazioni. Gli altri possono essere fisicamente assenti e psicologicamente presenti.
Questa presenza può essere così pervasiva da produrre una sorta di sorveglianza costante. Non una sorveglianza reale, esercitata da persone concrete, ma una sorveglianza psicologica: la sensazione, più o meno consapevole, che ciò che facciamo, diciamo e perfino pensiamo si trovi sotto lo sguardo degli altri.
Quando nessuno ci vede
Se so di essere solo, potrei ragionevolmente concludere che posso fare ciò che voglio senza preoccuparmi dell’opinione altrui. E in una certa misura è proprio ciò che accade. Ma non sempre.
Posso continuare a comportarmi in un certo modo anche se nessuno mi vede. Posso evitare un comportamento che desidero perché lo considero sconveniente. Posso provare vergogna per qualcosa che sto facendo nella più completa solitudine. Posso persino interrompere un’azione perché immagino come apparirebbe agli occhi di qualcun altro.
In questi casi non è la presenza dell’osservatore reale a modificare il comportamento. È la sua presenza mentale.
La mente sembra infatti capace di mantenere attivo un osservatore anche quando non esiste alcun osservatore. Una persona può diventare contemporaneamente colui che agisce e colui che guarda ciò che sta facendo.
È come se una parte della mente assumesse il punto di vista degli altri e osservasse il soggetto dall’esterno.
Non soltanto «mi vedono»
La questione diventa ancora più interessante quando ci accorgiamo che la sorveglianza non riguarda necessariamente ciò che gli altri possono realmente vedere.
Se qualcuno mi osserva, posso preoccuparmi di come appare il mio comportamento. Ma se sono completamente solo, ciò che faccio non è osservabile. Nessuno può sapere che cosa ho fatto.
Eppure posso comportarmi come se ciò che faccio potesse comunque diventare noto.
Questo introduce una dimensione temporale. Non è più soltanto:
«Mi stanno vedendo.»
Può diventare:
«Un giorno potrebbero saperlo.»
Oppure:
«Se gli altri sapessero che ho fatto questo, che cosa penserebbero di me?»
Il comportamento presente viene allora regolato da un possibile giudizio futuro.
La sorveglianza non ha bisogno di essere attuale. È sufficiente la possibilità che gli altri possano, prima o poi, venire a conoscenza di ciò che abbiamo fatto.
In questo senso, gli altri possono essere psicologicamente presenti anche come testimoni futuri.
Gli altri possono sapere ciò che ho fatto
Questa possibilità produce un fenomeno particolarmente importante: possiamo comportarci come se le nostre azioni lasciassero una traccia sociale anche quando nessuno le ha osservate.
Una persona può pensare:
«Non dovrei farlo, anche se nessuno lo saprà.»
Questa frase contiene già una contraddizione apparente. Se nessuno lo saprà, perché dovrebbe importare?
La risposta è che il comportamento non viene regolato soltanto dalle conseguenze concrete che avrà, ma anche dal significato che avrebbe se fosse conosciuto dagli altri.
La mente può quindi introdurre un osservatore ipotetico là dove non esiste un osservatore reale.
Questo meccanismo può essere utile. Permette di interiorizzare norme e aspettative sociali e di rispettarle anche quando nessuno controlla. Una società non avrebbe bisogno di sorvegliare continuamente i propri membri se ciascuno avesse interiorizzato una parte della sorveglianza.
Ma lo stesso meccanismo può diventare molto più invasivo.
Quando anche i pensieri diventano sorvegliati
La sorveglianza può infatti estendersi dal comportamento al pensiero.
Qui emerge qualcosa di apparentemente paradossale. Gli altri non possono normalmente sapere che cosa penso. Un pensiero può rimanere completamente privato.
E tuttavia posso giudicare un mio pensiero come se fosse già stato ascoltato da qualcun altro.
Posso pensare qualcosa e immediatamente chiedermi:
«Come mi giudicherebbero se sapessero che ho pensato questo?»
Il pensiero viene così sottoposto a un giudizio sociale prima ancora di essere comunicato.
Questo significa che la mente non sorveglia soltanto ciò che facciamo davanti agli altri. Può sorvegliare ciò che facciamo quando nessuno ci vede e persino ciò che accade dentro di noi.
Il risultato è una particolare forma di autocensura: non sono soltanto gli altri a dirci che cosa non dovremmo fare o pensare. Siamo noi stessi a farlo in loro presenza immaginaria.
L’altro dentro la mente
Per comprendere questo fenomeno bisogna forse distinguere gli altri reali dagli altri rappresentati nella nostra mente.
Gli altri reali sono persone concrete, con le quali interagiamo e che possono effettivamente osservarci, giudicarci, approvarci, rifiutarci, premiarci o punirci.
Ma nel corso della vita costruiamo anche rappresentazioni degli altri. Impariamo ciò che approvano e ciò che disapprovano, ciò che considerano normale o anormale, desiderabile o indesiderabile, rispettabile o vergognoso.
Queste rappresentazioni possono continuare ad agire anche quando gli altri reali non sono presenti.
In questo senso, una parte della società può continuare a vivere dentro l’individuo.
Non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica continuamente «non farlo». Possiamo aver imparato a dircelo da soli.
Non abbiamo bisogno che qualcuno ci osservi continuamente. Possiamo aver interiorizzato uno sguardo che ci osserva.
Non abbiamo bisogno che qualcuno ci giudichi. Possiamo anticipare il giudizio.
La sorveglianza sociale può quindi trasformarsi in autosorveglianza.
Il supervisore sociale
Si potrebbe chiamare questa funzione mentale «supervisore sociale».
Il supervisore sociale non è necessariamente una persona specifica. È piuttosto una posizione mentale dalla quale osserviamo noi stessi come potremmo essere osservati dagli altri.
Quando è attivo, può produrre domande come:
«Che cosa penserebbero di me?»
«Come apparirei ai loro occhi?»
«Sto facendo ciò che dovrei fare?»
«Questo comportamento sarebbe accettabile?»
«Se sapessero che penso questo, mi giudicherebbero negativamente?»
Il supervisore sociale può essere utile perché consente di anticipare le reazioni degli altri. Ci permette di correggere il comportamento prima di commettere errori sociali, di rispettare norme condivise e di prevedere le conseguenze delle nostre azioni.
Ma può anche diventare eccessivamente autonomo.
Quando il supervisore continua a funzionare anche là dove non è necessario, la persona può non riuscire più a distinguere chiaramente tra ciò che gli altri stanno effettivamente osservando e ciò che essa immagina che potrebbero osservare.
A quel punto la libertà che dovrebbe derivare dalla solitudine può ridursi.
La solitudine che non libera
La solitudine offre una condizione particolare: per un certo periodo possiamo sottrarci allo sguardo concreto degli altri.
Possiamo chiudere una porta. Possiamo spegnere il telefono. Possiamo rimanere in una stanza vuota.
Ma chiudere la porta non significa necessariamente chiudere lo sguardo sociale.
Gli altri possono continuare a essere presenti nella nostra mente come osservatori immaginari. Possiamo continuare a controllare il nostro comportamento secondo criteri che abbiamo appreso nelle relazioni sociali.
Per questo alcune persone possono sentirsi osservate anche quando nessuno le osserva.
Non si tratta necessariamente della convinzione patologica di essere realmente sorvegliate. È qualcosa di molto più comune e ordinario: il permanere di un punto di vista sociale nella mente.
La solitudine fisica può quindi convivere con una sorta di compagnia psicologica invisibile.
Anche il passato può essere sorvegliato
La sorveglianza non riguarda soltanto il presente e il futuro. Può estendersi anche al passato.
Possiamo ricordare qualcosa che abbiamo fatto anni prima e giudicarlo nuovamente attraverso gli occhi degli altri.
Possiamo vergognarci oggi di qualcosa che nessuno ricorda più.
Possiamo continuare a sentirci osservati da persone che non sono più nella nostra vita.
In questi casi il supervisore sociale sembra possedere una memoria indefinita. Conserva episodi, parole, errori e comportamenti e può riproporli alla nostra attenzione molto tempo dopo che gli eventi sono terminati.
L’altro interiorizzato diventa allora anche un archivista.
Non soltanto «gli altri mi vedono», ma:
«Gli altri ricordano chi sono.»
E forse, ancora più profondamente:
«Io devo continuare a comportarmi come la persona che gli altri pensano che io sia.»
Una conseguenza importante: gli altri continuano a partecipare al nostro comportamento
Se questa interpretazione è corretta, allora il comportamento umano non è determinato soltanto dalle situazioni nelle quali ci troviamo fisicamente.
Possiamo essere soli e tuttavia trovarci ancora in una situazione sociale.
La situazione sociale, infatti, non coincide necessariamente con la presenza fisica di altre persone. Può essere costituita anche dalla presenza mentale delle loro aspettative, dei loro giudizi e delle loro possibili reazioni.
Questo spiega perché molti comportamenti apparentemente privati continuino ad avere una dimensione sociale.
La persona che studia da sola, lavora da sola, mangia da sola, si veste da sola, parla tra sé e sé o pensa in silenzio può continuare a essere influenzata da ciò che altri hanno detto, potrebbero dire o potrebbero pensare.
Gli altri non sono quindi soltanto fuori di noi.
Sono anche una componente della situazione psicologica nella quale ci troviamo.
Il problema non è eliminare gli altri
Da questa prospettiva, liberarsi completamente dello sguardo degli altri non sarebbe probabilmente né possibile né desiderabile.
Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno di prevedere le reazioni degli altri, di comprendere le loro aspettative e di adattare il nostro comportamento alle situazioni relazionali.
Il problema nasce quando questa funzione non distingue più sufficientemente tra sorveglianza reale e sorveglianza immaginata.
Se nessuno mi sta osservando, posso comunque chiedermi come apparirebbe ciò che sto facendo agli occhi degli altri. È una domanda talvolta utile.
Ma posso anche arrivare a vivere come se dovessi continuamente rendere conto della mia esistenza a un pubblico invisibile.
In questo secondo caso il supervisore sociale non facilita più le relazioni: diventa esso stesso una fonte di controllo.
Una domanda sulla libertà
Forse una delle forme più profonde della libertà psicologica consiste proprio nella capacità di riconoscere quando lo sguardo degli altri è realmente presente e quando invece continua ad agire soltanto dentro di noi.
Non significa smettere di preoccuparsi degli altri.
Significa distinguere.
Chi è realmente presente?
Chi può realmente vedere?
Chi può realmente sapere?
Chi può realmente giudicare?
E, soprattutto:
«Sto regolando il mio comportamento in funzione di qualcuno che esiste realmente in questa situazione, oppure in funzione di un osservatore che io stesso porto nella mia mente?»
La domanda è importante perché una parte considerevole della nostra condotta potrebbe essere regolata non dagli altri presenti, ma dagli altri assenti.
La porta può essere chiusa, la stanza può essere vuota, nessuno può sapere che cosa stiamo facendo.
E tuttavia qualcuno può continuare a guardarci.
Quel qualcuno, in molti casi, non è una persona.
È lo sguardo sociale che abbiamo interiorizzato.