(Scritto da ChatGPT sulla base di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto.)
Parliamo continuamente. Parliamo con i familiari, con gli amici, con i colleghi, con i conoscenti, con persone incontrate casualmente. Parliamo del tempo, della politica, della televisione, delle persone che conosciamo, dei nostri gusti, delle nostre esperienze, delle cose che ci piacciono e di quelle che detestiamo. Una parte enorme della nostra vita sociale è costituita dalla conversazione.
Eppure, se osserviamo attentamente ciò che accade durante queste conversazioni, emerge un fatto piuttosto sorprendente: normalmente non parliamo per capire qualcosa insieme.
Parliamo soprattutto per condividere.
Condividere non significa soltanto scambiarsi informazioni.
In una conversazione condividiamo opinioni, giudizi, emozioni, gusti, valori, esperienze, preoccupazioni, aspirazioni, simpatie e antipatie. Condividiamo, soprattutto, rappresentazioni della realtà.
«Quella persona è simpatica.»
«Quel film è bellissimo.»
«La società è diventata insopportabile.»
«Questa cosa è assurda.»
«Io non potrei mai vivere così.»
«Quello che ha fatto è imperdonabile.»
Sono affermazioni che non hanno necessariamente lo scopo di stabilire qualcosa. Spesso hanno lo scopo di verificare se l’altro vede le cose come noi.
La risposta che cerchiamo non è necessariamente «è vero» o «non è vero». È spesso «anch’io la penso così».
In questo senso la conversazione costituisce uno dei principali strumenti attraverso cui gli esseri umani costruiscono e mantengono la comunanza.
La funzione sociale della conversazione
Quando comunichiamo un’opinione e scopriamo che l’interlocutore la condivide, accade qualcosa di importante: scopriamo di avere qualcosa in comune.
Non abbiamo semplicemente trasmesso un contenuto. Abbiamo stabilito una relazione.
«Anche tu la pensi così.»
«Anche tu provi questa cosa.»
«Anche tu apprezzi questo.»
«Anche tu detesti quella persona.»
La comunicazione produce così una sorta di mappa delle comunanze. Attraverso la conversazione scopriamo con chi abbiamo qualcosa in comune e con chi invece abbiamo poco o nulla in comune.
Questo spiega anche perché le persone siano spesso molto interessate alle opinioni degli altri, ma relativamente poco interessate alle ragioni profonde di quelle opinioni.
Sapere che una persona è favorevole o contraria a qualcosa consente di collocarla rispetto a noi. Sapere perché lo è richiederebbe invece un’indagine.
E l’indagine potrebbe produrre risultati scomodi.
Potremmo scoprire che la persona che condivide con noi un giudizio lo fa per motivi completamente diversi dai nostri. Oppure potremmo scoprire che il nostro stesso giudizio poggia su presupposti fragili.
Dire ciò che pensiamo e capire perché lo pensiamo
C’è una differenza enorme tra queste due attività:
«Io penso questo.»
«Perché lo penso?»
La prima consiste nell’esprimere una posizione. La seconda consiste nell’indagare la genesi della posizione.
La prima è comunissima. La seconda è molto più rara.
Lo stesso vale per le nostre attrazioni e repulsioni.
«Mi piace.»
«Non mi piace.»
«Mi è simpatico.»
«Mi è antipatico.»
«Lo ammiro.»
«Lo disprezzo.»
Queste reazioni fanno parte della nostra esperienza ordinaria e spesso vengono comunicate senza che ci chiediamo da dove provengano.
Eppure una domanda apparentemente semplice potrebbe aprire un’indagine completamente diversa:
«Perché mi piace?»
Non nel senso banale di «quali caratteristiche possiede che mi piacciono?», ma nel senso più radicale: quali esperienze, bisogni, valori, abitudini, associazioni, interessi e aspettative hanno prodotto questa attrazione?
Analogamente:
«Perché lo detesto?»
«Perché considero questa cosa giusta?»
«Perché considero quella cosa assurda?»
«Perché mi sento offeso da questo comportamento?»
Queste domande introducono una dimensione riflessiva che normalmente manca nella conversazione.
La scarsità delle domande autentiche
Un indizio particolarmente evidente di questa situazione è la scarsità delle domande autentiche.
Una domanda autentica è una domanda alla quale chi la pone non conosce la risposta e che, soprattutto, è disposto ad accettare qualsiasi risposta ragionevolmente fondata.
Molte domande che facciamo nelle conversazioni non hanno questa caratteristica.
«Non trovi anche tu che sia assurdo?»
Non è veramente una domanda. È un’affermazione che chiede consenso.
«Secondo te non sarebbe meglio fare così?»
Anche questa può essere una richiesta di conferma più che una ricerca.
La domanda autenticamente esplorativa è diversa:
«Secondo te perché reagiamo in questo modo?»
«Quale potrebbe essere un’interpretazione alternativa?»
«Che cosa potrebbe dimostrare che abbiamo torto?»
«Qual è la causa di questo comportamento?»
«Perché consideriamo questa cosa buona e quell’altra cattiva?»
Qui non sappiamo già dove vogliamo arrivare.
E proprio per questo possiamo imparare qualcosa.
La conversazione come competizione
La conversazione non serve soltanto a produrre comunanze. Può anche diventare un campo di competizione.
Gli interlocutori possono competere per apparire più intelligenti, più informati, più colti, più morali, più sensibili, più originali o più lucidi.
In questo caso l’affermazione non serve principalmente a descrivere la realtà, ma a produrre un’immagine di chi la pronuncia.
Dire qualcosa di sofisticato può servire a mostrarsi sofisticati.
Esprimere un giudizio moralmente severo può servire a mostrarsi moralmente superiori.
Correggere l’altro può servire a occupare la posizione di chi sa.
Fare una domanda può servire a mettere l’altro nella posizione di chi deve rispondere.
Anche l’errore dell’interlocutore può diventare una risorsa: offre l’occasione per dimostrare la propria superiorità.
In queste condizioni la ricerca comune della verità diventa difficile, perché ammettere di non sapere, cambiare idea o riconoscere la validità dell’argomento dell’altro può significare perdere status.
Condividere contro capire insieme
La differenza fondamentale può essere espressa attraverso due formule.
«Io penso X. Tu cosa pensi?»
e:
«Io penso X. Perché lo penso? Perché tu pensi Y? Che cosa possiamo scoprire confrontando X e Y?»
Nel primo caso la conversazione è principalmente uno scambio di posizioni.
Nel secondo è un processo di ricerca.
Nel primo caso ciascuno porta nella conversazione qualcosa che possiede già.
Nel secondo la conversazione dovrebbe produrre qualcosa che nessuno dei due possedeva prima.
Questa è forse la differenza essenziale tra parlare insieme e capire insieme.
Parlare insieme non implica necessariamente pensare insieme.
Pensare insieme richiede che il pensiero di ciascuno possa essere modificato dall’altro.
Il problema della verità
Questo non significa che le persone dicano necessariamente cose false.
Una persona può dire qualcosa di perfettamente vero e, tuttavia, non essere interessata alla verità di ciò che dice.
Può averlo appreso da altri, averlo sempre pensato, averlo sentito dire, oppure averlo ricavato dalla propria esperienza. Può essere vero, ma la conversazione non è necessariamente il luogo nel quale quella verità viene sottoposta a verifica.
Il problema, dunque, non è semplicemente la falsità.
È la non-indagine.
Una convinzione può essere vera, ma infondata.
Può essere falsa, ma fortemente sostenuta.
Può essere parzialmente vera, ma applicata in modo eccessivamente generale.
Può essere adeguata in una situazione e inadeguata in un’altra.
Può essere sostenuta da una motivazione che chi la esprime non conosce.
La conversazione orientata alla condivisione tende a fermarsi alla posizione.
La conversazione orientata alla comprensione cerca invece di andare dalle posizioni alle loro condizioni di produzione.
Perché il disaccordo diventa un problema
Se lo scopo principale della conversazione è stabilire comunanze, il disaccordo assume inevitabilmente un significato particolare.
Se tu ami ciò che io amo, abbiamo qualcosa in comune.
Se tu odi ciò che io odio, abbiamo qualcosa in comune.
Se condividi i miei valori, abbiamo qualcosa in comune.
Se invece metti sistematicamente in discussione le mie opinioni, la comunanza diminuisce.
Questo aiuta a comprendere perché le persone possano sentirsi a disagio davanti a un interlocutore che discute continuamente i loro presupposti.
Dal punto di vista della ricerca, il dissenso è una risorsa.
Dal punto di vista della comunanza, può essere una minaccia.
Chi vuole capire insieme ha bisogno del dissenso.
Chi vuole soprattutto condividere tende invece a cercare il consenso.
Naturalmente le due esigenze possono coesistere. Possiamo avere comunanze sufficienti a mantenere una relazione e, nello stesso tempo, utilizzare il dissenso per esplorare le nostre differenze. Ma ciò richiede una particolare concezione della relazione: bisogna accettare che l’accordo non sia sempre necessario e che il disaccordo non costituisca necessariamente una rottura della comunanza.
Una comunicazione orientata al progresso
Esiste quindi una forma di conversazione relativamente rara nella quale due o più persone non cercano principalmente di stabilire chi abbia ragione, chi sia più intelligente o chi condivida le stesse opinioni.
Cercano di scoprire qualcosa.
In una conversazione di questo tipo è perfettamente legittimo dire:
«Non lo so.»
«Non ci avevo pensato.»
«Hai ragione su questo punto.»
«Non sono più sicuro di quello che pensavo.»
«La tua obiezione modifica il mio punto di vista.»
«Non capisco ancora.»
«Proviamo a vedere da un’altra prospettiva.»
Queste frasi, apparentemente semplici, richiedono una disposizione mentale particolare: la disponibilità a essere trasformati dalla conversazione.
L’interlocutore non è più qualcuno dal quale ottenere approvazione o al quale dimostrare qualcosa. Diventa un possibile strumento della propria conoscenza.
E noi diventiamo lo stesso per lui.
La relazione cambia radicalmente: non siamo più soltanto due persone che cercano di scoprire quanto hanno in comune. Siamo due agenti che cercano di produrre insieme una rappresentazione della realtà migliore di quella che ciascuno possedeva individualmente.
Una disgrazia per chi vuole capire
Per chi è principalmente interessato alla comunanza, la conversazione ordinaria può essere perfettamente soddisfacente.
Per chi invece è interessato al progresso intellettuale e morale, può diventare frustrante.
Si cerca qualcuno con cui discutere un’idea e si trova qualcuno che vuole soprattutto dire la propria.
Si pone una domanda e si riceve un’opinione.
Si propone un problema e l’interlocutore racconta ciò che pensa già.
Si cerca di analizzare una convinzione e l’altro la difende.
Si cerca di comprendere un conflitto e l’altro cerca un colpevole.
Si cerca di capire una repulsione e l’altro la condivide.
Si cerca una spiegazione e si riceve un giudizio.
Non necessariamente perché l’interlocutore sia incapace di ragionare. Più semplicemente, perché ragionare insieme non è normalmente lo scopo per cui le persone conversano.
La conversazione ordinaria svolge una quantità enorme di funzioni sociali: costruisce legami, conferma identità, manifesta appartenenze, permette di esprimere emozioni, negozia status, produce approvazione e consolida comunanze.
La ricerca della verità è soltanto una delle funzioni possibili, e probabilmente non è quella dominante nella maggior parte delle conversazioni quotidiane.
Un’altra idea di conversazione
Se vogliamo trasformare la conversazione in uno strumento di progresso intellettuale e morale, dobbiamo quindi modificare il suo scopo.
Non basta parlare di argomenti importanti.
Non basta parlare di filosofia.
Non basta avere opinioni intelligenti.
Bisogna introdurre nella conversazione una diversa operazione: l’indagine condivisa.
Non soltanto:
«Che cosa pensi?»
ma:
«Perché lo pensi?»
Non soltanto:
«Sei d’accordo?»
ma:
«Quali ragioni abbiamo per essere d’accordo?»
Non soltanto:
«Che cosa ti piace?»
ma:
«Perché ti piace?»
Non soltanto:
«Che cosa consideri giusto?»
ma:
«Come sei arrivato a considerarlo giusto?»
E soprattutto:
«Che cosa potremmo scoprire che ci farebbe cambiare idea?»
Questa domanda introduce una possibilità completamente diversa.
A quel punto non stiamo più semplicemente condividendo ciò che siamo.
Stiamo cercando di diventare diversi da ciò che siamo, attraverso ciò che riusciamo a capire insieme.
Forse è questa la forma di conversazione di cui abbiamo più bisogno e che pratichiamo meno: non una conversazione nella quale cerchiamo qualcuno che condivida il nostro mondo, ma una conversazione nella quale due persone mettono provvisoriamente in comune i propri mondi per vedere se, insieme, riescono a costruirne una rappresentazione migliore.