(Scritto da ChatGPT sulla base di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto.)
Quando parliamo dei mass media pensiamo soprattutto alla loro funzione informativa. Giornali, televisioni, radio, siti d’informazione e piattaforme digitali ci dicono che cosa accade nel mondo.
Ma che cosa significa, precisamente, informare?
Informare significa mettere qualcuno in possesso di informazioni. Ma significa anche, letteralmente, formare. L’informazione contribuisce a formare la rappresentazione che abbiamo della realtà. Ci fa conoscere alcune cose, ignorarne altre, attribuire importanza ad alcuni fatti e trascurarne altri. Ci offre categorie attraverso le quali interpretare ciò che accade.
Perciò l’informazione non si limita a dirci che cosa succede. Contribuisce a dirci come è fatto il mondo.
E chi contribuisce a formare la nostra rappresentazione del mondo esercita, inevitabilmente, una forma di potere su di noi.
Informare è formare
La realtà è infinitamente più vasta di ciò che possiamo conoscere direttamente. Ogni individuo può osservare soltanto una piccolissima parte di ciò che accade nel mondo.
I mass media colmano in parte questa distanza. Ci permettono di sapere che cosa accade in luoghi nei quali non siamo presenti, che cosa fanno persone che non conosciamo, quali problemi vengono discussi, quali eventi vengono considerati importanti.
Ma per farlo devono selezionare.
Non possono mostrarci tutto. Devono scegliere.
Scelgono gli eventi di cui parlare, le persone da intervistare, le immagini da mostrare, le dichiarazioni da riportare, gli argomenti da approfondire e quelli da lasciare sullo sfondo.
E non si limitano a selezionare. Organizzano e interpretano.
Un fatto può essere presentato come una vittoria o come una sconfitta, come un problema o come una soluzione, come una minaccia o come un’opportunità, come un comportamento normale o come uno scandalo.
L’informazione, dunque, non è mai soltanto una finestra sulla realtà. È anche una forma della realtà che ci viene proposta.
L’informazione come strumento di controllo
In questo senso, l’informazione può diventare uno strumento di controllo.
Non necessariamente perché qualcuno ci ordini direttamente che cosa pensare. Il controllo può essere molto più discreto.
Può consistere nel decidere che cosa deve entrare nella nostra attenzione e che cosa deve rimanerne fuori.
Può consistere nel farci conoscere continuamente alcune persone e quasi mai altre.
Nel presentarci continuamente alcuni problemi e quasi mai altri.
Nel ripetere determinate interpretazioni fino a renderle familiari.
Nel mostrarci continuamente determinate possibilità e nel rendere invisibili altre.
Il controllo attraverso l’informazione è quindi, almeno in parte, un controllo della rappresentazione.
Chi controlla la rappresentazione della realtà non controlla necessariamente la realtà stessa, ma può contribuire a controllare il modo in cui essa viene percepita, interpretata e discussa.
Per questo, davanti a qualsiasi messaggio massmediale, non basta chiedersi:
«È vero?»
Occorre chiedersi anche:
«Perché mi viene detto proprio questo?»
«Perché mi viene detto in questo modo?»
«Che cosa viene lasciato fuori?»
«Che cosa dovrei considerare importante dopo aver ricevuto questa informazione?»
Che cosa vogliono farmi credere?
La prima domanda da porsi davanti ai mass media potrebbe dunque essere: che cosa vogliono farmi credere?
Ogni comunicazione seleziona una parte della realtà e propone, esplicitamente o implicitamente, una determinata interpretazione.
Questo non significa che ogni informazione sia falsa o manipolatoria.
Una notizia può essere accurata e tuttavia produrre una particolare rappresentazione della realtà. La questione non è soltanto se l’informazione sia vera, ma anche quale funzione svolga all’interno dell’insieme delle informazioni che riceviamo.
Un fatto vero può diventare importantissimo perché viene ripetuto continuamente.
Un altro fatto vero può diventare irrilevante perché non viene mai mostrato.
La quantità di attenzione che viene dedicata a qualcosa contribuisce a stabilire quanto quella cosa ci sembri importante.
Che cosa vogliono farmi fare?
La comunicazione non cerca soltanto di modificare le nostre rappresentazioni.
Spesso cerca di modificare anche i nostri comportamenti.
«Compra.»
«Vota.»
«Segui.»
«Partecipa.»
«Sostieni.»
«Protesta.»
«Evita.»
«Diffida.»
«Condividi.»
A volte queste indicazioni sono esplicite. Molto più spesso sono implicite.
Se una persona viene continuamente rappresentata come un modello di successo, può diventare un modello da imitare.
Se un comportamento viene continuamente associato al fallimento o al ridicolo, può diventare un comportamento da evitare.
Se un prodotto viene associato alla felicità, alla bellezza, alla libertà o al prestigio, può diventare un oggetto desiderabile.
La comunicazione non deve quindi necessariamente dirci che cosa fare. Può limitarsi a costruire un ambiente nel quale alcune azioni appaiono più naturali, desiderabili o normali di altre.
Che cosa vogliono farmi comprare?
Una parte fondamentale della comunicazione massmediale è commerciale.
La pubblicità cerca di trasformare l’attenzione in consumo.
Ma non vende soltanto oggetti.
Vende immagini.
Vende stili di vita.
Vende identità.
Vende aspirazioni.
Vende la rappresentazione di ciò che gli altri possiedono e di ciò che noi potremmo possedere.
Spesso la pubblicità non dice semplicemente:
«Questo prodotto funziona bene.»
Dice, più sottilmente:
«Questo è il tipo di persona che potresti essere.»
Il prodotto diventa così un mezzo attraverso il quale acquistare anche una rappresentazione di sé.
La distrazione
Ma i mass media non servono soltanto a informarci, formarci e persuaderci.
Servono anche a distrarci.
Film, serie televisive, sport, musica, spettacoli, gossip, giochi, video, programmi di intrattenimento e innumerevoli altri contenuti hanno una funzione immediata: procurare piacere e occupare l’attenzione.
Noi desideriamo essere intrattenuti.
E siamo disposti a pagare per questo servizio.
A volte paghiamo direttamente attraverso un abbonamento. Altre volte paghiamo indirettamente attraverso la pubblicità, i nostri dati o semplicemente attraverso il tempo e l’attenzione che concediamo.
L’intrattenimento è dunque anche un’attività economica.
Ma la distrazione può avere anche una conseguenza sociale e politica.
Una persona che dedica gran parte del proprio tempo all’intrattenimento dedica necessariamente meno tempo ad altre attività: riflettere, informarsi più approfonditamente, discutere, organizzarsi, protestare, partecipare alla vita pubblica.
Non è necessario supporre che ogni forma di intrattenimento sia stata progettata per impedire una protesta. Sarebbe un’affermazione troppo forte.
È sufficiente osservare che una popolazione può essere tenuta continuamente occupata da una quantità praticamente inesauribile di contenuti.
La distrazione non deve necessariamente essere imposta.
Può essere desiderata.
L’attenzione è la risorsa fondamentale
Informazione e intrattenimento hanno tuttavia qualcosa in comune: entrambi competono per la nostra attenzione.
L’attenzione è limitata.
Non possiamo guardare tutto, leggere tutto, ascoltare tutto.
Ogni minuto dedicato a qualcosa è un minuto sottratto a qualcos’altro.
Per questo i mass media sono, in fondo, anche una gigantesca macchina di produzione e distribuzione dell’attenzione.
Ci dicono:
«Guarda questo.»
«Leggi questo.»
«Ascolta questo.»
«Questo è importante.»
«Questo è interessante.»
«Questo è divertente.»
«Questo è scandaloso.»
«Questo è emozionante.»
La prima forma di potere dei mass media potrebbe dunque essere proprio questa: il potere di attirare e orientare l’attenzione.
L’informazione politica
Questo diventa particolarmente evidente nella comunicazione politica.
L’informazione politica può contribuire a orientare le preferenze degli elettori verso determinati partiti o candidati.
Non è necessario che un mezzo di comunicazione dica esplicitamente «votate per X».
Può contribuire a costruire una determinata immagine dei partiti, dei candidati e dei problemi politici.
Può mettere in evidenza determinati risultati e determinati fallimenti.
Può dedicare attenzione ad alcuni temi e ignorarne altri.
Può presentare un problema come urgente o come secondario.
Può mostrare un candidato attraverso alcune dichiarazioni e non attraverso altre.
In questo modo contribuisce a formare il materiale mentale sulla base del quale il cittadino costruisce le proprie preferenze politiche.
L’informazione politica, quindi, non è soltanto informazione sulle decisioni dei politici.
È anche una componente della formazione dell’opinione pubblica.
I mass media ci mostrano gli altri
Ma c’è una funzione dei mass media che va oltre l’informazione politica e commerciale.
I mass media ci mostrano continuamente come vivono gli altri.
Ci mostrano come si vestono.
Che cosa mangiano.
Dove vanno.
Che cosa comprano.
Come parlano.
Che cosa desiderano.
Che cosa considerano bello.
Che cosa considerano disgustoso.
Che cosa ammirano.
Che cosa condannano.
Che cosa fanno nel tempo libero.
Come amano.
Come litigano.
Che cosa ritengono normale.
Che cosa ritengono scandaloso.
Ci mostrano, in altre parole, il comportamento degli altri esseri umani.
E poiché siamo animali sociali, questa informazione ha un’importanza enorme.
Per sapere come comportarci, guardiamo gli altri.
Per sapere che cosa è normale, guardiamo gli altri.
Per sapere che cosa desiderare, guardiamo ciò che desiderano gli altri.
Per sapere che cosa piace, guardiamo ciò che piace agli altri.
Per sapere che cosa è accettabile, osserviamo ciò che viene accettato.
La produzione del conformismo
È qui che i mass media diventano una gigantesca macchina del conformismo.
Il conformismo non richiede necessariamente un ordine.
Può essere prodotto mostrando continuamente la stessa cosa come normale.
Se vediamo continuamente persone che si comportano in un certo modo, quel comportamento può apparirci normale.
Se vediamo continuamente persone che desiderano determinate cose, possiamo essere portati a desiderarle anche noi.
Se vediamo continuamente determinati gusti rappresentati come sofisticati, moderni o desiderabili, possiamo finire per considerarli tali.
Se vediamo continuamente determinati comportamenti condannati, possiamo imparare a evitarli.
I mass media ci forniscono così una rappresentazione permanente di ciò che fanno gli altri.
E questa rappresentazione diventa una fonte di norme.
Non ci dicono soltanto:
«Questo è ciò che accade.»
Ci dicono continuamente anche:
«Questo è ciò che fanno le persone.»
E questa seconda informazione può essere molto potente.
Chi vince e chi perde
I mass media ci mostrano anche continuamente la struttura delle gerarchie sociali.
Chi vince.
Chi perde.
Chi ha successo.
Chi fallisce.
Chi è ricco.
Chi è povero.
Chi è famoso.
Chi è sconosciuto.
Chi ha potere.
Chi lo subisce.
Chi viene premiato.
Chi viene punito.
Chi viene ammirato.
Chi viene deriso.
Attraverso queste rappresentazioni impariamo anche quali caratteristiche sembrano associate al successo e quali al fallimento.
I mass media diventano così una sorta di catalogo dei modelli sociali disponibili.
Chi amare e chi odiare
La stessa cosa accade con le nostre attrazioni e repulsioni sociali.
Ci vengono continuamente proposti personaggi da ammirare e personaggi da disprezzare, persone da difendere e persone da combattere, comportamenti da approvare e comportamenti da condannare.
I mass media contribuiscono così a costruire un paesaggio morale condiviso.
Ci mostrano che cosa è considerato buono e cattivo, giusto e ingiusto, morale e immorale.
Naturalmente non accettiamo necessariamente ciò che ci viene proposto.
Possiamo dissentire.
Possiamo contestare.
Possiamo rifiutare.
Ma anche il dissenso avviene spesso all’interno del campo di rappresentazioni che la comunicazione pubblica ha contribuito a costruire.
Una gigantesca macchina dell’avere-in-comune
A questo punto emerge il ruolo della condivisione.
Che cosa fanno, in fondo, i mass media?
Ci mettono continuamente qualcosa in comune.
Una notizia.
Una persona.
Una partita.
Un film.
Una canzone.
Una moda.
Uno scandalo.
Una tragedia.
Una paura.
Un’indignazione.
Un’opinione.
Un nemico.
Un eroe.
Un desiderio.
Un problema.
Ci forniscono oggetti attorno ai quali possiamo costruire una realtà sociale comune.
«Hai visto?»
«Hai sentito?»
«Sai che cosa è successo?»
«Hai visto cosa ha detto?»
«Hai visto quella partita?»
«Hai visto quella serie?»
Queste domande sono possibili perché i mass media producono continuamente un patrimonio di cose che possiamo avere-in-comune con altri.
In questo senso, i mass media sono anche una gigantesca macchina di produzione dell’avere-in-comune.
Non ci dicono soltanto qualcosa.
Ci propongono continuamente qualcosa da condividere.
Proposte di condivisione
Ogni comunicazione massmediale può essere vista, almeno in parte, come una proposta:
«Guarda questo.»
«Sappi questo.»
«Parliamo di questo.»
«Consideriamo importante questo.»
«Preoccupiamoci di questo.»
«Indigniamoci per questo.»
«Ammiriamo questa persona.»
«Condanniamo quest’altra.»
«Desideriamo questo.»
«Temiamo questo.»
«Ridiamo di questo.»
«Compriamo questo.»
La società contemporanea è continuamente alimentata da queste proposte.
Alcune vengono accettate.
Altre vengono rifiutate.
Altre ancora vengono dimenticate.
Ma il flusso non si interrompe mai.
Cosa dicono, dunque, i mass media?
La domanda contenuta nel titolo può essere intesa in un senso molto più ampio di quello apparente.
Cosa dicono i mass media?
Ci dicono che cosa è successo.
Ma anche che cosa è importante.
Che cosa dobbiamo sapere.
Che cosa dobbiamo pensare.
Che cosa dovremmo desiderare.
Che cosa dovremmo comprare.
Che cosa dovremmo fare.
Chi dovremmo ammirare.
Chi dovremmo temere.
Chi dovremmo combattere.
Che cosa è normale.
Che cosa è anormale.
Che cosa è morale.
Che cosa è immorale.
Chi vince.
Chi perde.
Che cosa fanno gli altri.
Che cosa piace agli altri.
Che cosa gli altri considerano importante.
E, soprattutto, ci dicono continuamente che cosa possiamo avere-in-comune con gli altri.
Per questo il potere dei mass media non consiste soltanto nella capacità di informarci.
Consiste nella capacità di contribuire a formare il nostro mondo mentale e sociale.
Informano e quindi formano.
Formano e quindi orientano.
Orientano e quindi possono influenzare i comportamenti.
Intrattengono e quindi occupano l’attenzione.
Occupando l’attenzione, sottraggono attenzione ad altro.
Mostrando continuamente gli altri, contribuiscono a definire ciò che appare normale.
Definendo ciò che appare normale, contribuiscono al conformismo.
E producendo continuamente oggetti, persone, eventi, emozioni e giudizi da avere-in-comune, contribuiscono alla costruzione della realtà sociale condivisa.
Al di fuori di tutto questo rimane una quantità immensa di realtà: persone che nessuno conosce, idee che nessuno trasmette, comportamenti che nessuno mostra, problemi che nessuno racconta, esperienze che nessuno condivide.
È la parte della realtà che non diventa informazione, intrattenimento, pubblicità, discussione o spettacolo.
E forse è proprio questa la parte che dovremmo ricordarci di cercare autonomamente.
Perché ciò che i mass media ci mostrano non è il mondo: è una parte del mondo, selezionata, formata e messa in comune.