Psicologia dei modelli

(Scritto da ChatGPT e Claude.ai sulla base di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto.)

La mente umana non si limita a registrare la realtà: la riconosce. E riconoscere significa ritrovare in ciò che si percepisce una forma già nota. Da questa osservazione nasce l’ipotesi che proponiamo: l’attività centrale della mente consiste nell’elaborazione di modelli, cioè nel costruirli a partire dall’esperienza, nel riconoscerli nelle situazioni nuove e nel servirsene per agire.

La mente ha anche altre componenti: sensazioni, impulsi, piacere e dolore, emozioni. Queste però non lavorano da sole. Forniscono il materiale e la spinta di un’elaborazione che passa attraverso modelli. Il dolore non è un modello, ma è perché un giorno ci siamo bruciati che la mente ha associato il modello «stufa» al modello «bruciarsi».

Non si tratta di un’ipotesi dimostrabile nel senso delle scienze esatte. La sua giustificazione è la fecondità: permette di spiegare in modo unitario fenomeni che di solito vengono trattati separatamente, come la percezione, l’apprendimento, l’imitazione, l’identità, il conformismo e il conflitto interiore. Chiamiamo questa prospettiva psicologia dei modelli.

Che cos’è un modello

Un modello è una forma: una configurazione di elementi e di relazioni che la mente ha estratto dall’esperienza e che sa riconoscere quando si ripresenta. La forma può essere statica, come la sagoma di una sedia o il volto di una persona, oppure dinamica, come un gesto, un movimento, un evento: sedersi, scottarsi, una persona che si arrabbia.

I modelli non restano isolati: l’esperienza li collega tra loro. Il modello «stufa» si associa al modello «scottarsi», il modello «sedia» al modello «sedersi». «Se tocco la stufa mi brucio» non è quindi un singolo modello, ma un’associazione tra modelli. Ed è grazie a queste associazioni che riconoscere una forma permette di prevedere.

La costruzione e il riconoscimento delle forme avvengono in gran parte automaticamente, senza deliberazione, secondo un funzionamento che si può descrivere in termini cibernetici. La psicologia della Gestalt ne ha studiato una parte importante: la tendenza a percepire totalità organizzate anziché somme di elementi, a completare ciò che è incompleto, a distinguere una figura da uno sfondo.

Riconoscere una forma significa collegarla a tutto ciò che l’esperienza vi ha associato. Se riconosco una sedia, so che posso sedermi. Se riconosco un cane che ringhia, mi aspetto un attacco. Se riconosco in una riunione «una situazione in cui mi stanno valutando», mi preparo a difendermi. Il modello consente il passaggio dalla percezione alla previsione, e dalla previsione all’azione.

Una volta riconosciuta, una forma può diventare oggetto di altre operazioni. Può essere valutata (è buona o cattiva, utile o dannosa), imitata (voglio fare o essere così), trasformata in norma (così si deve fare o essere). Per questo la parola «modello» indica la rappresentazione di qualcosa che può essere riconosciuto, imitato, realizzato, preservato, distrutto, e così via.

Modello e realtà

Alfred Korzybski ha condensato il rapporto tra rappresentazione e realtà nella formula «la mappa non è il territorio». Gregory Bateson ha aggiunto che la mappa non è una copia ridotta del territorio: è una selezione delle differenze che, per chi la usa, fanno una differenza.

Ogni modello è dunque una semplificazione orientata a uno scopo. Chiedersi soltanto se sia vero o falso è riduttivo. Conviene chiedersi che cosa coglie, che cosa tralascia, a che cosa serve e in quali situazioni funziona.

Questo vale anche per i modelli che ciascuno costruisce su di sé e sugli altri. Una convinzione formata in famiglia, durante l’infanzia, può essere stata adeguata a quell’ambiente e diventare inadeguata in un altro. Il problema, in questi casi, non è la falsità del modello, ma la sua applicabilità e utilità fuori dal campo in cui si è formato.

Il ciclo dell’esperienza

I modelli nascono dall’esperienza, ma l’esperienza non è un semplice accumulo di ricordi. La mente cerca regolarità: ciò che si ripete, ciò che precede qualcos’altro, ciò che produce certe conseguenze. Il processo si può schematizzare così:

esperienza → regolarità → modello → riconoscimento → previsione → azione → nuova esperienza

Il ciclo è chiuso. L’esperienza costruisce i modelli, ma i modelli determinano che cosa cerchiamo e che cosa notiamo nelle esperienze successive. Per questo un modello tende a confermarsi da solo: chi si aspetta ostilità la riconosce anche dove è ambigua, e il riconoscimento rafforza l’aspettativa. La mente non è soltanto plasmata dall’esperienza: organizza l’esperienza attraverso i propri modelli.

Ogni modello ha un valore

Le forme riconosciute non sono neutre. A ciascuna l’esperienza associa un valore: piacevole o doloroso, vantaggioso o dannoso, sicuro o pericoloso. La mente impara non soltanto com’è fatta una situazione, ma che cosa significa per sé.

Ne segue che gran parte della motivazione può essere descritta come avvicinamento o allontanamento rispetto a modelli. E poiché tra le forme che la mente riconosce ci sono anche modi di essere delle persone, non desideriamo soltanto certe cose, ma anche di essere in un certo modo; e non evitiamo soltanto certe situazioni, ma anche di diventare un certo tipo di persona. La vita psichica è attraversata da quattro aspirazioni: voglio essere così; non voglio essere così; voglio che gli altri siano così; non voglio che gli altri siano così.

Molte emozioni si lasciano leggere come reazioni alla distanza tra ciò che è e il modello valutato. Soddisfazione e orgoglio quando la distanza si riduce; vergogna, senso di inferiorità e invidia quando appare incolmabile; ammirazione quando vediamo un altro incarnare il modello a cui aspiriamo.

Quattro dimensioni per classificare i modelli

Un elenco di «tipi di modello» rischia di mescolare criteri diversi: ciò che un modello rappresenta, ciò che dice, quanto è condiviso. Conviene distinguere quattro dimensioni indipendenti. Ogni modello si colloca su ciascuna di esse.

Dimensione Domanda Valori
Oggetto Che cosa modella? situazioni, oggetti ed esseri viventi, azioni, relazioni, altre persone, tipi di persona, sé, forme di vita
Componenti Che cosa dice? descrittiva, predittiva, valutativa, prescrittiva
Diffusione Di chi è? personale ↔ condiviso
Consapevolezza Il soggetto sa di usarlo? implicito ↔ esplicito

L’oggetto

Si modellano situazioni: la stessa riunione può essere riconosciuta come un’occasione per collaborare, come un luogo in cui difendere la propria posizione o come un esame. Il modello situazionale decide che cosa la situazione è per il soggetto.

Si modellano oggetti ed esseri viventi, insieme alle loro possibilità d’uso e di interazione: il modello di una sedia comprende il fatto che sostiene il corpo, quello di un cane le aspettative sul suo comportamento.

Si modellano azioni: da «quando succede questo, faccio questo» fino a «quando qualcuno mi critica, prima cerco di capire le sue ragioni, poi rispondo».

Si modellano relazioni: «in un’amicizia ci si deve poter confidare», «tra colleghi si mantiene una certa distanza». Molti conflitti nascono da modelli relazionali diversi: due persone possono desiderare entrambe una relazione stretta e intendere con questo cose incompatibili.

Si modellano le altre persone, una per una: il modello che ho di mio fratello mi dice che cosa aspettarmi da lui e come prenderlo.

Si modellano tipi di persona: «l’intellettuale», «il ribelle», «il buon padre», «la persona indipendente». Sono forme riconoscibili di esistenza, applicabili tanto agli altri quanto a sé. Quando un tipo viene adottato come forma della propria vita, diventa un modello identitario: chi adotta il modello dell’intellettuale cambia il modo di parlare, le letture, le frequentazioni, ciò che considera degno di interesse.

Si modella il sé: «sono una persona sensibile», «sono uno che non sa imporsi», «che cosa posso aspettarmi da me stesso».

Si modellano infine forme di vita: che cosa significa vivere bene. Per una persona una vita riuscita è una vita sicura, per un’altra una vita libera, per altre ancora una vita di successo, di conoscenza, di relazioni, di creazione.

Più l’oggetto è generale, più il modello tende a essere generativo: un modello di vita riuscita seleziona i modelli di lavoro, di relazione e di comportamento compatibili con esso. L’influenza però non va in una sola direzione. Un’esperienza concreta può mettere in crisi un modello di vita, e i comportamenti di molti individui possono trasformare un modello condiviso. La mente è una rete di modelli che si sostengono, si modificano e talvolta si contraddicono, non una piramide.

Le componenti

Un modello può contenere quattro componenti, in proporzioni diverse. Una descrittiva (com’è), una predittiva (che cosa accadrà), una valutativa (quanto vale) e una prescrittiva (come deve essere). Non sono tipi diversi di modello, ma aspetti che lo stesso modello può avere.

Il passaggio dalla descrizione alla prescrizione è uno dei meccanismi più importanti della vita psichica e sociale. Osservo che in un certo ambiente tutti si comportano in un certo modo e concludo: «È così che ci si comporta». Il passo successivo è: «È così che ci si deve comportare». Lo stesso accade con il sé: «Sono fatto così» diventa «Devo comportarmi così, perché sono fatto così». È attraverso questo passaggio che i modelli diventano strumenti di regolazione, propria e altrui.

La diffusione

Alcuni modelli sono quasi esclusivamente personali; altri sono condivisi da una famiglia, da un ambiente, da un’intera cultura. Una società non ha bisogno di formulare i suoi modelli: le basta mostrare di continuo certi esempi e associarli a certe conseguenze. La pubblicità non propone soltanto prodotti, ma modelli di persona, di felicità, di successo. La cultura è anche un sistema di produzione e di trasmissione di modelli.

La personalità può essere vista come una configurazione relativamente stabile di modelli, in parte comuni e in parte propri. L’originalità non richiede l’assenza di modelli: può consistere nel combinare in modo insolito modelli comuni, nell’adottarne di minoritari o nel trasformare quelli esistenti. Anche la creatività è, in buona parte, produzione di modelli nuovi a partire da modelli precedenti.

La consapevolezza

La maggior parte dei modelli opera in modo implicito. Non vediamo i nostri modelli: vediamo attraverso di essi. Chi riconosce in una riunione «un esame» non pensa di usare un modello; pensa di vedere com’è la riunione. Rendere esplicito un modello è la condizione per poterlo valutare e, se necessario, cambiare.

Modelli incompatibili

Una persona adotta molti modelli contemporaneamente. Finché sono compatibili si coordinano; ma possono entrare in conflitto. Si può pensare insieme «una persona indipendente non deve aver bisogno degli altri» e «una buona persona è sempre disponibile per gli altri», oppure «devo essere autentico» e «devo comportarmi come gli altri si aspettano».

In questi casi il conflitto non è tra due desideri elementari, ma tra due forme di esistenza. Una parte dei conflitti interiori può essere letta come incompatibilità tra modelli adottati dallo stesso soggetto, spesso senza che egli sappia di averli adottati.

Modellare gli altri e incarnare modelli

Non percepiamo le persone in modo neutro. Le riconosciamo come autorità, amici, rivali, esperti, persone affidabili o pericolose. Queste qualifiche non sono soltanto proprietà della persona osservata: sono il modo in cui l’osservatore la modella. La stessa persona incarna modelli diversi per osservatori diversi, e spesso non reagiamo alla persona, ma alla persona-modello che abbiamo costruito.

Dopo aver modellato gli altri, li valutiamo. Alcuni ci appaiono come esempi di modelli desiderabili, e li ammiriamo; altri come incarnazioni di modelli indesiderabili, e li rifiutiamo. Dai primi nasce l’imitazione.

L’imitazione è più astratta di una copia. Da un musicista non riprendo la biografia, ma un modello di disciplina o di libertà espressiva; da un amico un modello di ironia o di coraggio. Il processo è questo:

osservare una persona → riconoscervi un modello → valutarlo → identificarsi con esso → tentare di incarnarlo

L’imitazione è dunque un trasferimento di modelli da un individuo a un altro, e su questo si fonda gran parte della trasmissione culturale.

Conformismo, anticonformismo e spirito critico

Il conformismo è una forte adesione ai modelli prevalenti nel proprio ambiente. L’anticonformismo non ne è necessariamente il contrario: l’anticonformista spesso rifiuta un modello dominante per adottarne un altro, e può perfino adottare un modello di anticonformismo («una persona autentica non si conforma»). In quel caso la non conformità è a sua volta prescritta da un modello.

L’alternativa al conformismo non è l’assenza di modelli, ma la capacità di esaminare criticamente quelli adottati e di sceglierli, trasformarli o rifiutarli. Anche questa capacità è un modello, ma di secondo livello: non prescrive che cosa essere, bensì come trattare i propri modelli. E si distingue dagli altri perché include sé stessa tra i modelli rivedibili. Quando invece diventa un’identità («io sono uno che pensa con la propria testa»), smette di essere uno strumento e torna a essere un modello identitario come gli altri, con la stessa rigidità.

Un caso: chi non chiede aiuto

Marco ha cinquant’anni e perde il lavoro. Ha un fratello benestante e amici che lo aiuterebbero volentieri, e lo sa. Non chiede nulla. Si indebita, rinvia, si isola, e intanto la situazione della sua famiglia peggiora. Chi gli sta intorno parla di orgoglio o di testardaggine, ma queste parole danno un nome al comportamento senza spiegarlo.

La psicologia dei modelli lo scompone così. Marco riconosce nella richiesta di aiuto una situazione di esposizione al giudizio (modello situazionale). Ha adottato un tipo di persona, «l’uomo che se la cava da solo», ricavato da suo padre, che non ha mai chiesto niente a nessuno (imitazione). Ne deriva un modello di sé, «io non sono uno che chiede», che ha una componente prescrittiva («non devo chiedere») e una valutativa (chiedere è umiliante, quindi suscita vergogna). Il modello è condiviso nella sua famiglia d’origine e del tutto implicito: Marco non pensa «sto seguendo un modello», pensa «non è il caso di disturbare».

Marco però ha anche un altro modello: «un buon padre provvede alla propria famiglia». Finché aveva un lavoro, i due andavano d’accordo. Ora sono incompatibili, e il primo blocca il secondo.

In questa luce il comportamento di Marco non è irrazionale: è coerente con un modello. Il cambiamento non passa dall’esortazione («chiedi aiuto, non essere orgoglioso»), che urta contro il modello senza toccarlo. Passa dal renderlo esplicito, dal riconoscerne l’origine, dal vedere che era adeguato alla vita di suo padre e non alla sua. E passa dalla possibilità di trasformarlo invece di rinnegarlo: per esempio, «chi sa chiedere aiuto quando serve si fa carico della propria famiglia». Il valore dell’indipendenza non viene cancellato; cambia la forma in cui si esprime.

La psicoterapia come analisi dei modelli

In questa prospettiva la psicoterapia è, almeno in parte, un lavoro sistematico sui modelli della persona: delle situazioni, degli altri, delle relazioni, di sé, delle forme di vita. La domanda di fondo non è soltanto «che cosa pensi?», ma «quale modello ti fa interpretare in questo modo ciò che sta accadendo?». Seguono le altre: da dove viene, in quali situazioni funziona e in quali no, quali esperienze l’hanno costruito, quali modelli alternativi potrebbero interpretare la stessa situazione, quale modello di te stesso stai cercando di incarnare e quale di evitare.

Decostruire un modello significa renderne visibili gli elementi e i presupposti, ricostruire le esperienze da cui è nato e distinguerlo dalla realtà che pretende di rappresentare. Il modello passa così da presupposto implicito del comportamento a oggetto di osservazione e di valutazione. È un approccio vicino alla terapia cognitiva di Aaron Beck e alla schema therapy di Jeffrey Young, che lavorano su schemi e convinzioni di fondo.

La flessibilità

L’obiettivo non è eliminare i modelli: una mente senza modelli non saprebbe orientarsi. L’obiettivo è la flessibilità, che comprende almeno quattro capacità: riconoscere il modello che si sta usando; valutarne utilità e limiti; considerare modelli alternativi; modificarlo o sostituirlo quando l’esperienza lo richiede.

La persona flessibile non è quella che non ha modelli, ma quella che non ne è prigioniera. Avere un modello non significa esserne dominati.

Una prospettiva non isolata

L’idea che la mente lavori per modelli ha precedenti illustri. Kenneth Craik sostenne nel 1943 che il pensiero consiste nel costruire modelli in scala ridotta della realtà, per anticiparne il comportamento. Roger Conant e William Ross Ashby dimostrarono nel 1970 che ogni buon regolatore di un sistema deve contenere un modello di quel sistema. La teoria della mente predittiva (Karl Friston, Andy Clark) descrive oggi il cervello come una macchina che anticipa continuamente i propri ingressi. La psicologia della Gestalt ha studiato come la percezione costruisce e riconosce le forme.

Sul versante della persona, George Kelly ha descritto l’individuo come un costruttore di costrutti. Ma i costrutti di Kelly sono assi bipolari di distinzione («buono/cattivo», «amichevole/ostile»), mentre i modelli qui descritti sono configurazioni strutturate, con capacità predittiva, a cui quegli assi si applicano. Edward Tory Higgins ha mostrato come le emozioni nascano dalla distanza tra il sé reale e il sé ideale o dovuto; Hazel Markus e Paula Nurius hanno studiato i «sé possibili», desiderati e temuti; Albert Bandura ha chiamato modeling l’apprendimento per osservazione; René Girard ha fatto dell’imitazione il motore del desiderio.

Ciò che la psicologia dei modelli propone di aggiungere è l’unificazione: il riconoscimento di una sedia e l’adozione di un ideale di vita sono due casi dello stesso processo, l’elaborazione di forme. Questo permette di spiegare con gli stessi strumenti fenomeni che di solito appartengono a capitoli diversi della psicologia.

Conclusione

La mente costruisce forme a partire dall’esperienza, le riconosce, le usa per prevedere e agire, le valuta, le imita e le trasforma in norme. Tra queste forme ci sono anche le persone, compresi noi stessi. Per questo l’essere umano non cerca soltanto di capire il mondo attraverso modelli, ma cerca di diventare conforme a certi modelli di esistenza: ammira chi li incarna, rifiuta chi incarna quelli opposti, giudica sé e gli altri misurandone la distanza, si conforma o si ribella, e costruisce la propria identità come una particolare configurazione di modelli.

La domanda di fondo della psicologia dei modelli è dunque: quali forme usa la mente per comprendere la realtà, quali per orientare il comportamento, quali per costruire sé stessa, e come queste forme vengono costruite, trasmesse, condivise, combinate e sostituite?

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