Critica della cultura (con Claude.ai)

(Scritto da Claude.ai sulla base dell’articolo omonimo scritto da ChatGPT)

«Cultura» è una delle poche parole che contengono già un elogio. Una persona colta, un’iniziativa culturale, un ambiente culturale: nessuno usa queste espressioni per criticare. Proprio per questo conviene chiedersi che cosa giustifichi quel rispetto, e se sia sempre giustificato.

Di quale cultura parliamo

La parola ha due sensi che è facile confondere.

Nel senso ampio, cultura è tutto ciò che una società trasmette ai suoi membri: lingua, abitudini, valori, gusti, modi di interpretare il mondo. In questo senso siamo tutti cultura, compresa la “gente” che viene accusata di conformismo.

Nel senso stretto, cultura è la parte della società che rivendica l’autorità di stabilire che cosa è vero, importante, bello, intelligente e degno di rispetto. Ne fanno parte università, scuole, professioni intellettuali, critica, editoria, istituzioni artistiche. Questa parte non si limita a trasmettere. Pretende di insegnare a giudicare.

Questo articolo parla della cultura nel secondo senso, e la sua tesi è la seguente. Proprio perché rivendica il compito di insegnare a giudicare, la cultura ha una responsabilità particolare. Se non sa sottoporre a verifica i propri criteri, invece di fornire gli strumenti per riconoscere il conformismo finisce per produrlo.

Prestigio e validità

Il prestigio è un fatto sociale, la validità un’altra cosa. Un’università famosa, una rivista autorevole, un autore canonico, un professionista titolato possono dire cose vere e utili, ma il fatto che siano famosi, autorevoli, canonici o titolati non lo dimostra.

Fidarsi del prestigio non è di per sé irragionevole. Nessuno può verificare tutto. Chi sceglie un medico o uno psicologo non ha quasi mai i mezzi per valutarne direttamente la competenza, e il titolo è un indizio ragionevole. Il prestigio funziona come una scorciatoia, e le scorciatoie sono indispensabili.

La scorciatoia diventa conformismo quando la si usa anche dove la verifica sarebbe possibile, o quando non la si corregge più davanti a prove contrarie. Il problema non è fidarsi, ma non accorgersi più di stare solo fidandosi.

Da dove viene il conformismo

Il conformismo viene di solito attribuito alla gente: le persone seguono la maggioranza, ripetono idee ricevute, non mettono in discussione ciò che tutti considerano normale.

Ma da dove dovrebbe venire la capacità di accorgersene? Per riconoscere come discutibile ciò che ci circonda servono concetti, conoscenze e punti di vista alternativi. E il compito di fornirli è proprio quello che la cultura rivendica. Se la cultura insegna a criticare, le persone impareranno a criticare. Se insegna soprattutto quali autorità rispettare, quali domande sono legittime e quali opere vanno ammirate, trasmetterà anche il proprio conformismo.

Il conformismo della gente è quindi, almeno in parte, il prodotto di una cultura conformista. Non basta accusare le persone di adeguarsi. Bisogna chiedersi chi le ha educate e con quali strumenti.

Chi è responsabile

A questo argomento si può obiettare che anche gli intellettuali sono stati educati da quella cultura. Se la formazione ricevuta scusa il conformismo della gente, scusa anche quello degli intellettuali, e la responsabilità risale all’indietro senza fermarsi mai.

L’obiezione si supera distinguendo tra ciò che una formazione spiega e ciò che un ruolo impegna a fare. La formazione spiega il conformismo di tutti, gente e intellettuali, ma non scusa nessuno. Ciascuno resta responsabile di usare gli strumenti che ha.

Chi assume un ruolo culturale, però, si assume anche qualcosa in più. Chi insegna, pubblica, cura, certifica o giudica per professione dichiara di possedere una competenza superiore nel giudicare. Quella dichiarazione crea un obbligo. La responsabilità particolare della cultura non dipende da come i suoi membri sono stati formati, ma da ciò che pretendono di essere.

Per questo non è ragionevole che la cultura rivendichi il merito di educare la popolazione e attribuisca poi alla sola popolazione i fallimenti di quell’educazione. Un sistema educativo va giudicato anche dagli effetti che produce, non solo dalle intenzioni che dichiara.

La cultura sa criticarsi?

Si dice spesso che la cultura non si mette mai in discussione. È impreciso. Esiste una lunga tradizione che fa esattamente questo: da Adorno a Bourdieu, da Illich a Kuhn, molti hanno mostrato come il gusto, il sapere e le istituzioni si autoriproducano.

Il problema è un altro. L’autocritica culturale viene facilmente assorbita. La critica della cultura diventa a sua volta un genere prestigioso, con i suoi autori canonici, i suoi corsi universitari e le sue citazioni obbligatorie. Chi ha smontato il prestigio accademico è diventato un classico accademico. La critica viene insegnata e ammirata, e nel frattempo le strutture che criticava restano quasi intatte.

Si può essere radicali nei contenuti e conservatori nella struttura. Un ambiente intellettuale può produrre discorsi contestatori e continuare a decidere, con criteri immutati, chi ha diritto di parola e chi no.

Nessuna cultura può uscire da sé stessa per giudicarsi. Può solo usare alcuni suoi criteri per metterne in discussione altri, come chi ripara una barca mentre ci naviga sopra. La capacità di autocritica è quindi una questione di grado, e il grado si misura in un modo solo: guardando se la critica cambia ciò che si fa, e non soltanto ciò che si dice.

La psicologia offre un esempio di autocritica riuscita. Negli ultimi quindici anni ha scoperto che molti suoi risultati famosi non si replicavano, e alcune pratiche di ricerca sono cambiate di conseguenza. Offre però anche un esempio del contrario. La disciplina resta frammentata in scuole con teorie incompatibili, che in terapia ottengono spesso risultati simili, segno che una parte dell’efficacia non dipende dalle teorie che ciascuna difende. Eppure il pubblico raramente se ne accorge, e la domanda «funziona?» viene spesso sostituita da «è uno psicologo?».

Gli intellettuali

L’intellettuale dovrebbe essere il primo a esercitare questa critica. Il suo compito dovrebbe essere mettere in discussione ciò che la gente, le istituzioni e gli stessi intellettuali danno per scontato. Questo include il sistema che conferisce loro autorevolezza.

In pratica la critica degli intellettuali si rivolge molto più spesso alla società, alla politica e ai comportamenti della gente che al proprio ambiente. Descrivere le persone come superficiali, manipolabili o incapaci di ascoltare è frequente. Chiedersi quale cultura le abbia formate così è raro. Quando accade, l’intellettuale smette di essere un critico della cultura e ne diventa un funzionario: diffonde le categorie dominanti invece di interrogarle.

Il prestigio delle opere

Nell’arte, nella letteratura e nella musica il meccanismo è diverso, perché lì non si tratta di credere alle stesse teorie ma di ammirare le stesse cose. Un’opera celebrata viene letta, studiata e citata, e quindi celebrata ancora di più. La popolarità genera popolarità. Industrie culturali, media e algoritmi decidono in larga parte che cosa incontriamo e quindi che cosa possiamo scegliere.

Questo non significa che il valore artistico sia una pura costruzione sociale. Significa che i sistemi di prestigio influenzano enormemente la nostra percezione del valore, e che raramente ci chiediamo quanto quelle gerarchie siano giustificate.

Qui non esiste un criterio oggettivo di verifica. Esiste però una disciplina personale. Consiste nel distinguere ciò che un’opera mi fa provare da ciò che so di dover provare, nel saper dire almeno in parte perché qualcosa mi sembra grande, e nell’accettare che il mio giudizio diverga dal canone senza vergognarmene. Chi ammira un classico perché ne è stato toccato e chi lo ammira perché è un classico fanno gesti identici, ma solo il primo sta giudicando.

A che cosa serve la cultura

Resta la domanda più ampia. Una cultura che produce enormi quantità di conoscenza, arte, istruzione e intrattenimento aiuta davvero le persone a vivere meglio? Le aiuta a comprendere sé stesse e gli altri, a costruire relazioni soddisfacenti, ad affrontare i conflitti?

Rispondere direttamente è difficile, perché mancano termini di confronto affidabili. Ma c’è una versione della domanda che si può verificare subito: la cultura si pone davvero questi obiettivi?

Basta guardare che cosa insegna e che cosa valuta. La scuola misura la capacità di leggere, calcolare e ricordare, non quella di capire che cosa succede in una relazione o di gestire un conflitto. L’università forma specialisti di letteratura, filosofia e psicologia, ma nessuno verifica se i suoi laureati sappiano vivere meglio con gli altri. Si possono conoscere decine di filosofi e non capire la propria relazione con un’altra persona. Si può conoscere la storia della letteratura e non sapere come affrontare una lite.

Dove si è provato a insegnare esplicitamente queste capacità, per esempio con i programmi di educazione socio-emotiva nelle scuole, alcune ricerche indicano effetti positivi. Dunque non è impossibile. Semplicemente la cultura, nel suo insieme, non lo considera il proprio compito principale.

Se questo è vero, il problema non è soltanto che la cultura fallisca nel soddisfare i bisogni umani fondamentali. È che non se lo propone, e quindi non può nemmeno accorgersi di fallire. Un sistema che non si dà un obiettivo non può verificare di averlo mancato.

Perché rispettare la cultura?

La domanda iniziale era perché la cultura dovrebbe essere rispettata. La risposta onesta è che merita rispetto nella misura in cui fa tre cose:

  1. accetta di essere verificata;
  2. si misura con gli obiettivi che contano per le persone che forma;
  3. cambia davvero, e non solo a parole, quando scopre di sbagliare.

Il rispetto incondizionato non è rispetto, è deferenza. E una cultura che si accontenta della deferenza insegna, più con l’esempio che con i contenuti, proprio quel conformismo che dice di combattere.

Forse il problema non è soltanto che la gente sia troppo conformista, ma che abbia imparato a rispettare troppo una cultura che non ha ancora dimostrato di meritarlo. Il primo compito di una critica della cultura è allora smettere di chiedere alle persone perché si conformano, e chiedere alla cultura perché dovrebbe essere rispettata.

Vedi anche Critica della cultura (con ChatGPT) 

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