Sulla miserabile disorganizzazione del sapere umanistico

(Scritto da ChatGPT come riassunto di un dialogo che abbiamo avuto sul tema in oggetto)

Dove si trova il sapere umano?

La domanda sembra semplice, ma se la prendiamo sul serio non è affatto facile rispondere. Possiamo indicare biblioteche, università, enciclopedie, libri, riviste scientifiche, archivi e oggi una quantità sterminata di risorse disponibili in rete. Ma nessuno di questi luoghi contiene propriamente il sapere umano. Contengono frammenti di sapere, organizzati secondo criteri differenti e spesso incompatibili.

Il problema diventa particolarmente evidente nel sapere umanistico.

Per sapere che cosa pensa la sociologia, per esempio, non basta «studiare la sociologia». Quale sociologia? Quale sociologo? Quale scuola? Quale manuale? Un manuale presenta una selezione di autori e problemi; un altro ne presenta una diversa. Un autore considera fondamentali determinati fenomeni, mentre un altro li considera secondari o irrilevanti. Una teoria interpreta la società in un certo modo, un’altra la interpreta diversamente.

Il lettore che voglia formarsi una conoscenza della società deve dunque scegliere. Ma sulla base di che cosa?

Qui appare il problema fondamentale: per scegliere bene tra le diverse offerte di sapere bisognerebbe già possedere un criterio che permetta di valutarle. Ma per costruirsi quel criterio bisognerebbe conoscere le diverse offerte e confrontarle. Il principiante si trova quindi in una situazione circolare: deve sapere che cosa leggere prima di poter sapere che cosa vale la pena leggere.

L’università risolve questo problema soltanto in maniera pratica e istituzionale. Un professore stabilisce un programma, seleziona alcuni autori, ne esclude altri e stabilisce un ordine di lettura. Ma questo non significa che abbia scoperto l’organizzazione oggettiva del sapere. Ha semplicemente adottato una determinata organizzazione.

Lo stesso vale per un libro. Un libro può essere eccellente, rigoroso, documentato e profondamente istruttivo. Ma non per questo è «il sapere». È una costruzione dell’autore. L’autore decide che cosa includere, che cosa escludere, che cosa mettere in primo piano, che cosa relegare in secondo piano, quali concetti utilizzare, quali autori discutere e quali ignorare, quali relazioni stabilire tra i diversi fenomeni.

Il libro è quindi una narrazione del sapere, non necessariamente una sua mappa oggettiva.

Questo problema riguarda anche le discipline che possiedono metodi rigorosi di ricostruzione del passato. La storia, la filologia e l’archeologia possono stabilire conoscenze non arbitrarie: un documento contiene determinate parole, un reperto presenta determinate caratteristiche, un evento è avvenuto in una determinata epoca, una costruzione appartiene a un determinato periodo. In questi casi il compito consiste principalmente nel registrare e ricostruire fatti e forme sulla base delle evidenze disponibili.

La situazione cambia quando si passa dalla registrazione alla spiegazione.

Dire che A è avvenuto prima di B è una cosa. Dire che A ha causato B è un’altra. Dire che A è stata la causa principale di B è ancora un’altra cosa.

Per stabilire una relazione causale bisogna selezionare, tra una quantità enorme di condizioni, quelle che si ritengono rilevanti. Bisogna stabilire quali siano necessarie, quali sufficienti, quali secondarie. Bisogna decidere quali fattori economici, politici, culturali, psicologici o ambientali debbano essere considerati. È a questo livello che l’interpretazione acquista un ruolo decisivo.

Lo stesso vale per la descrizione. Nessuno storico può descrivere tutto ciò che è accaduto. Una descrizione è necessariamente una selezione. E ogni selezione implica un criterio.

Possiamo quindi distinguere almeno tre livelli.

Il primo è il fatto o la registrazione: qualcosa è accaduto, un documento contiene qualcosa, un reperto possiede determinate caratteristiche.

Il secondo è l’inferenza: dai fatti disponibili ricaviamo qualcosa che non è direttamente osservato.

Il terzo è l’interpretazione: organizziamo i fatti secondo determinate categorie, stabilendo quali siano importanti, quali relazioni abbiano e quale significato complessivo assumano.

Quanto più ci allontaniamo dal primo livello, tanto maggiore diventa il rischio di arbitrarietà.

Questo non significa che ogni interpretazione sia ugualmente buona. Un’interpretazione può essere meglio documentata di un’altra, più coerente, più ampia, più capace di spiegare i dati. Ma manca spesso un criterio universalmente condiviso che consenta di trasformare queste differenze in un sistema cumulativo di conoscenze analogo a quello che esiste nelle discipline formali e nelle scienze naturali.

Ed è proprio qui che emerge la differenza fondamentale.

La matematica e la logica non sono scienze empiriche, ma appartengono a un ambito nel quale esiste un elevatissimo accordo intersoggettivo sui procedimenti e sui risultati. Le scienze naturali, pur essendo attraversate da controversie e cambiamenti teorici, possiedono anch’esse una struttura cumulativa molto più forte: gli studiosi condividono una grande quantità di risultati, metodi, definizioni e procedure di verifica.

Nelle scienze umane e sociali la situazione è molto diversa.

Non mancano le conoscenze. Mancano soprattutto una loro organizzazione complessiva e criteri condivisi per stabilire come debbano essere collegate.

Il risultato è paradossale. L’umanità possiede una quantità immensa di conoscenze umanistiche, ma non possiede necessariamente il sapere umanistico come sistema organizzato.

Possiede migliaia di libri sulla società, ma non possiede una risposta universalmente condivisa alla domanda: che cosa bisogna conoscere per comprendere la società?

Possiede migliaia di interpretazioni della storia, ma non possiede necessariamente un criterio condiviso per stabilire come queste interpretazioni debbano essere confrontate e integrate.

Possiede una quantità sterminata di teorie psicologiche, sociologiche, economiche, antropologiche e filosofiche, ma non dispone di una mappa generale che permetta di stabilire quali parti di queste teorie siano consolidate, quali controverse, quali incompatibili, quali complementari e quali ormai superate.

Il problema non è quindi soltanto la frammentazione del sapere. È la sua mancanza di organizzazione.

E la crescita del sapere non risolve automaticamente il problema. Al contrario, può aggravarlo. Ogni nuovo libro, ogni nuova teoria, ogni nuova ricerca aggiunge un ulteriore frammento alla massa disponibile. Se non esiste un sistema capace di integrare i nuovi frammenti con quelli precedenti, l’aumento quantitativo del sapere può produrre un aumento del disorientamento.

Internet ha reso questo fenomeno particolarmente evidente. Oggi quasi chiunque può trovare informazioni su quasi qualsiasi argomento. Ma trovare informazioni non significa trovare il sapere. Una ricerca produce risultati, non necessariamente una struttura. Il problema non è più soltanto l’accesso alle informazioni, ma la loro selezione, verifica, gerarchizzazione e composizione.

Chi vuole imparare qualcosa di umanistico è quindi spesso costretto a costruire da sé il proprio sapere. Legge un libro, ascolta una conferenza, trova un articolo, incontra un autore, segue un’intuizione, scopre una teoria alternativa. Alla fine mette insieme i frammenti che gli è capitato di incontrare.

Ma perché proprio quei frammenti?

Potrebbero essere importanti oppure irrilevanti. Potrebbero essere veri oppure falsi. Potrebbero rappresentare una posizione centrale oppure una posizione marginale. Potrebbero essere compatibili oppure incompatibili con altri frammenti. Potrebbero essere stati scelti perché fondamentali oppure semplicemente perché l’algoritmo di una piattaforma li ha mostrati.

Il sapere personale rischia così di diventare una composizione contingente di incontri casuali.

Si produce una situazione paradossale: l’individuo non sceglie necessariamente ciò che sa; spesso sa ciò che gli è capitato di incontrare.

E poi tende a organizzare ciò che ha incontrato secondo le connessioni che riesce a costruire. Ma queste connessioni possono essere arbitrarie quanto i frammenti da cui è partito.

La conseguenza è che, in assenza di una buona organizzazione generale del sapere, la formazione intellettuale dell’individuo dipende enormemente dal caso: dagli insegnanti incontrati, dai libri trovati, dalle persone ascoltate, dalle bibliografie consultate, dagli interessi sviluppati casualmente, dagli algoritmi che selezionano ciò che appare sullo schermo.

Questo può spiegare anche perché molte persone rinuncino alla ricerca del sapere.

Non necessariamente perché non siano interessate a conoscere. Possono semplicemente rendersi conto, più o meno consapevolmente, che la ricerca è interminabile e che non esiste un percorso chiaramente garantito. Di fronte a un’offerta infinita di informazioni, senza una mappa affidabile, diventa ragionevole affidarsi a un’autorità, adottare una narrazione già confezionata oppure rinunciare del tutto.

Il problema della cultura umanistica non è dunque soltanto che esistano opinioni diverse. La diversità delle opinioni è inevitabile. Il problema è che spesso non possediamo un sistema sufficientemente condiviso per collocare queste opinioni rispetto a ciò che sappiamo.

Ciò che manca è una mappa del sapere.

Una mappa non dovrebbe semplicemente raccontare che cosa sostiene ciascun autore. Dovrebbe mostrare i rapporti tra le diverse affermazioni: quali sono fatti documentati, quali inferenze, quali ipotesi, quali interpretazioni; quali proposizioni sono ampiamente condivise, quali controverse; quali teorie si contraddicono, quali possono essere integrate; quali conoscenze sono fondamentali e quali dipendono da altre; quali questioni sono risolte e quali rimangono aperte.

Una simile mappa sarebbe qualcosa di molto diverso da un’enciclopedia e da un manuale. Un’enciclopedia ci dice molte cose. Un manuale organizza molte cose. Una vera mappa del sapere dovrebbe dirci come stanno tra loro le cose che sappiamo e quanto siamo autorizzati a considerarle vere.

È forse questa la grande lacuna della cultura umanistica: non la scarsità del sapere, ma l’assenza di una sua organizzazione complessiva sufficientemente oggettiva e condivisa.

Abbiamo prodotto una quantità enorme di conoscenze. Abbiamo prodotto una quantità ancora maggiore di interpretazioni delle conoscenze. Abbiamo prodotto biblioteche intere di narrazioni.

Ma non abbiamo ancora prodotto, in misura comparabile, un sistema nel quale il sapere possa essere trovato come sapere.

E finché questo sistema non esiste, chi vuole conoscere il mondo umanistico deve in larga misura costruirselo da sé.

È una situazione intellettualmente miserabile non perché gli esseri umani abbiano prodotto poco sapere, ma per il motivo opposto: hanno prodotto moltissimo sapere senza riuscire a organizzarlo adeguatamente.

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